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Maps – “We can create”

Dreamgaze? Shoepop?

Maps, We can create. Mute 2007    

Supporti > Una sensazione che trovo fra le più frustranti è quella che mi coglie quando qualcuno esprime i miei concetti macchinosi e cervellotici con una frase, o con una semplice parola. E ' il mitologico Dono Della Sintesi, una vera e propria epifania per chi non lo possiede.
(Io – che questo dono non lo posseggo – posso solo utilizzare mezzucci per risparmiare parole, ad esempio: d'ora in poi non scriverò più Dono Della Sintesi, bensì D.D.S. Citando gli Scisma, potrei dunque dirmi “Poco incline al D.D.S.”).
Dunque. Io proverò, nelle prossime venti-righe-circa, a descrivere il disco d'esordio dei Maps: e forse, nonostante la mia mancanza di D.D.S., riuscirò egregiamente nel mio compito. Alla fine delle venti-righe-circa, vi mostrerò con un certo disappunto come un individuo decisamente dotato di D.D.S. possa esprimere le stesse cose in circa dieci parole.

Maps è il progetto solista e solitario di James Chapman, nativo di Northampton e amante del fai-da-te. Il disco, registrato da Chapman su sedici tracce nell'oscurità della sua cameretta, è testimone della sua passione per la composizione e la produzione solitaria, anche se in fase di mixaggio il nostro si è fatto dare una mano da chi ne sapeva evidentemente più di lui, ovvero da Ken Thomas e Valgeir Sigurdsson, già al mixer rispettivamente con Sigur Ros e Bjork. La produzione è assolutamente ottima, e i suoni incredibilmente naturali e profondi per essere il prodotto di una registrazione completamente casalinga. I territori musicali che Chapman esplora sono quelli conquistati ormai anni fa dalle agguerrite fanterie dello shoegazing: territori di pop sognante e sussurrato, chitarre dilatate e suoni indefiniti, il tutto unito a pulsazioni electropop davvero ben studiate e mai banali. Fin qui tutto bene. Tuttavia.
Punto debole, anzi debolissimo, di We can create è – duole dirlo – il songwriting. Intendiamoci, episodi ben riusciti ce n'è sicuramente: da You Don't Know Her Name, piccola perla di pop solare, a Liquid sugar, forse la migliore del lotto, con il suo crescendo e la sua esplosione in un chorus decisamente ispirato alle sonorità gelide degli Sigur Ros. Lo stesso singolo Elouise, in cui Chapman cerca di ripetere il wall of sound tipico di My Bloody Valentine e Slowdive, suona gradevole – anche se lo stop+ripresa del minuto 3:30 rimane inspiegabilmente disordinato e malprodotto. Detto questo, il disco lascia un'impressione generale di poco spessore. Si lascia ascoltare, questo sì, ma niente più. Troppo lineare, troppo piatto. Lo ascolti, ne capisci il gusto pop, ne indaghi anche la piacevole sensazione di deja-vu, ma più che ai grandi maestri del genere ti viene da pensare ai The Thrills (Don't Fear ricorda Don't Steal Our Sun, anche nel testo) o peggio ancora ai Liquido (So Low, So High). Certo, Chapman sa il fatto suo e dimostra di aver studiato: la voce sussurrata e mai invadente è esattamente al suo posto, come spiegato nel primo capitolo di 'Dreampop for dummies', ma ciò che manca è la ciccia, la sostanza. La formula da cui scaturisce We Can Create è troppo semplice, e alla lunga stanca: mancano quei guizzi (leggasi: intelligenza nella scrittura) che rendono un disco di musica pop difficile da dimenticare.

Detto questo. Come promesso, prendo in prestito il D.D.S. (che non ho) da un appassionato che, avendo comprato il disco su Amazon ed essendone rimasto deluso, recensisce il disco sulle pagine dello stesso Amazon definendolo così:

«It has that “I'm on beta-blockers” rather than “I'm on acid” vibe»

Ok. Detto tutto. Era così facile.
Traducetevelo voi, che a me vien la rabbia.

video: You Don't Know Her Name:



link: http://www.mapsmusic.com

Alberto Pirovano


di: gizmo

Articolo inserito il: 2007-09-11


Maps – “We can create”