BLOOMRIOT > Sentito > PJ HARVEY

PJ HARVEY

Cime Tempestose

Pj Harvey, White Chalk. Island 2007    

Supporti > Io già me li vedo, i detrattori della Polly Jean (sia detto per inciso: è una tribù italica eterogenea e, a quanto pare, in vigorosa crescita, quella dei Detrattori, che accoglie ad esempio quelli che, per dire, vorrebbero che i Marlene Kuntz facessero sempre e solo Il Vile, che gli Afterhours suonassero sempre Male Di Miele, o che i Radiohead facessero solo dischi-fotocopia di The Bends, ma ci potete aggiungere a piacere i casi che desiderate): me li vedo a dire che la signorina Harvey si è definitivamente rincitrullita, che ha rinnegato la chitarra elettrica e i testi sporcaccioni e adesso è buona tutt’al più per il ricamo e l’uncinetto, da brava zitella inacidita, magari sulla veranda della sua villetta sperduta da qualche parte nel Dorset più brumoso.

Già, perché White Chalk è un disco intimista, ma intimista proprio seriamente, che non grida i suoi patemi spiattellandoli con irruenza, ma che al contrario pennella undici acquarelli costruiti interamente sul pianoforte, qua e là affiancato da altre spettrali tastiere, o appena accennate batterie e, nella title-track, da un agreste dobro e un’altrettanto bucolica e neilyounghiana armonica a bocca; e sulla voce.
E qui sta la sorpresa, perché non è più la voce aggressiva e scura cui PJ ci aveva abituati, ché anzi l’ugola della Nostra cambia decisamente registri, andando sulle note alte, non avendo paura di osare falsetti (Grow Grow Grow, e più ancora l’incipit di The Devil), di indorarsi in tonnellate di riverberi (che spesso innaffiano anche il piano stesso, creando un’ovattata e suggestiva landa sonora di cui va dato merito ai maestri del suono che hanno elaborato il disco, e cioè Flood e John Parish) e short delay, a rendersi ancora più eterea e fantasmatica, e veleggiante in territori musicali affini ad altre intimiste e umorali cantautrici quali Cat Power (prima della svolta soul) e, soprattutto, Lisa Germano: affinità che si scorge, questa, specie in Broken Harp (con vocalismi anche vicini a quelli di una Feist triste) e nella splendida Dear Darkness (“Caro buio, non vuoi per favore proteggermi ancora?”).

Certo, bisogna avere voglia, di ascoltare questi haiku in musica, molto più che nei precedenti episodi firmati dalla Polly Jean: bisogna aver voglia di lasciarsi prendere dalla sghemba inquietudine di When Under Ether (“When under ether, the mind comes alive / Conscious of nothing, but the will to survive”), dai fantasmi di Silence (bellissima la batteria in shuffle di Jim White qui), dagli echi lievemente tremanti di To Talk To You, quasi in stile Cocteau Twins, dall’episodio vagamente alla Tori Amos di The Piano (una delle migliori canzoni del lotto, con un controcanto di cetra e che si arricchisce di uno struggente coroclimax nel finale), dalle malie del sussurro alla Emily Dickinson di Before Departure, dal congedo ectoplasmico di The Mountain (altro piccolo gioiellino, in cui PJ si traveste nel finale da Diamanda Galas meno tenebrosa).
Più che altro bisogna aver voglia di accostarcisi, a queste note, a questi mondi che sanno di tempo sospeso, di etere (appunto) dilatato, di scogliere percosse da onde del destino impetuose e forse da rompere, di ville di campagna abitate da bambinispettri dispettosi con la governante, in maniera pura e astratta da preconcetti e sovrastrutture: senza pretendere che l’Artista (chiunque esso/essa sia) ci rassicuri sempre guidandoci in territori familiari, o che ci dia in pasto esattamente ciò che noi ci aspettiamo ci venga dato.

Ché tanto, poi, per fortuna, l’Artista stesso (se tale è), farà esattamente come vuole lui, e non come vogliamo noi.
Avendo, peraltro, la sua porca ragione.

link: http://www.pjharvey.net

video: Pj Harvey suona live When Under Ether a Copenhagen


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-09-17


PJ HARVEY