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I COSI – Intervista

Il trionfo della Canzone

I Cosi, .    

Live > Usciti da pochissimo con il loro debut album Accadrà, un viaggio nel tempo alle radici della Canzone Italiana, che mischia una attitudine rock'n'roll Celentano-style con la melodia e il gusto di autori quali Tenco e Bindi, I Cosi sono indubbiamente un caso, nel panorama musicale italiano odierno, in cui troppo spesso i gruppi della cosiddetta galassia indie si accontentano (nel migliore dei casi) di lavorare sul suono, ma non si preoccupano eccessivamente sulla scrittura, dei brani, e sul loro essere, prima di tutto, Canzoni. Viceversa, Marco Cosma Carusino, Antonio Mesisca e Stefano Aquino, i tre Cosi, riescono nel non semplice intento di saper scrivere belle melodie, e di presentarle con un piglio decisamente rock e fresco, seppure non si preoccupino di nascondere i loro grandi amori musicali retrò.

Una cosa che mi fa riflettere, riguardo all’ottimo riscontro che ad esempio hanno i vostri live, è notare come non siate trendy, e nemmeno (grazie al cielo!!!) uno dei cosiddetti gruppi emo, eppure ai concerti avete un grande successo. Come la vedete?

MARCO: Beh, ti posso dire questa cosa. Fin da quando abbiamo iniziato a suonare come Cosi, nelle sale prove di via Lombroso a Milano, la gente che ci sentiva ci diceva “bravi”, magari con un sorrisino di sufficienza, come a non darci troppa considerazione, però apprezzava. La nostra fortuna è stata il concentrarsi solo su noi stessi, e sulla musica che piace a noi e che volevamo mettere a fuoco suonando insieme: tanto è vero che ne è venuto fuori un disco molto coerente, spiccatamente italiano nella melodia, questo è vero, ma non confinato nel mondo degli anni ’60, soprattutto perché il nostro sound non è anni ’60 e anzi non abbiamo assolutamente voluto ricalcarlo! Credo che la forza di tutto questo sia stato dedicarci esclusivamente alla Canzone, con le sue regole anche precise: se la canzone è bella, la gente la riconosce e la fa propria. Poi certo, l’arrangiamento conta ma fondamentalmente è la scrittura, che fa la differenza. Siamo tutti e tre convinti che la canzone debba essere qualcosa che apre un mondo, e poi lo chiude quando finisce, per permettere alla canzone successiva di svelarne un altro. Così sono le canzoni di Accadrà: ognuna con un suo mondo diverso dal precedente, tutti che però si sposano bene, anche perché abbiamo molto studiato la scaletta dei brani.
STEFANO: Oltretutto, avendo le canzoni, viene meno la necessità di confrontarsi con dei modelli. I riferimenti ci sono tutti, nel nostro disco, ma sono vissuti e rielaborati in una nostra formula personale.

Qual è, allora, secondo i Cosi, la loro canzone per antonomasia, in questo primo disco?

MARCO: credo che tutte quante siano canzoni compiute, e con un loro perché. Probabilmente, però, la punta dell’iceberg è data proprio da Accadrà, perché tocca il massimo del pathos, e svela il non-sense di una particolare situazione. Descrive il presente, del mondo di quel brano. Per un altro verso, e nello specifico per un motivo di scrittura musicale, anche Rosa, però, potrebbe essere la canzone per antonomasia.
ANTONIO: ma anche lo stesso primo singolo, Domani, che sintetizza i temi dell’intero disco…

Avete citato i tre pezzi che trovo, dal punto di vista testuale, più rappresentativi, insieme a Mondo Sogna, del clima generale del disco. Ovvero quello che descrive un presente “nell’attimo in cui” qualcosa può/potrebbe succedere, o non succedere, o è già successo. Un approccio quasi esistenzialista, e che ricorda parecchio quello di alcuni autori della Scuola Genovese.


MARCO: sì, mi interessa molto appunto questo attimo specifico, quello in cui una qualsiasi situazione è nel punto indefinito in cui una possibilità può o meno avverarsi. E poi mi premeva, come autore di testi, scrivere di un presente non autoreferenziale, non autocelebrativo, ma che fotografa un qualcosa in divenire, o che è successo, e le sensazioni che in quest’attimo sospeso si provano.
STEFANO: un presente con una tensione, ma una tensione positiva, che non perde mai la speranza e non cede alla rassegnazione.

Tornando a quel suono e a quell’epoca di cui abbiamo parlato prima, un’altra delle domande che il vostro disco mi fa porre è: come vi è venuto, questo amore per quel periodo preciso della musica italiana (e soprattutto, quel modo così autoriale di comporre)? E poi: come potrebbe essere il prossimo disco dei Cosi, dunque, in quale direzione potrebbe andare il vostro suono? Chessò, orchestrazioni, maggiore energia…

STEFANO: beh, l’amore per la musica degli anni ’60 è cosa comune a tutti noi. Poi indubbiamente il fatto che Marco suoni con Morgan (è infatti il chitarrista del signor Castoldi, ndr) ha contribuito a farci approfondire la musica di quel periodo, che anche Morgan ama parecchio.
MARCO: per quanto riguarda il suono del prossimo disco, diciamo che stiamo già lavorandoci, e ci pare stia venendo con un approccio più ruvido e rock, che è ben rappresentato da La Verità, di Paul Anka, la cover che abbiamo inciso e che è disponibile solo comprando il disco su iTunes

Ecco, volendo trovare una pecca, forse il suono di Accadrà è fin troppo levigato, per il tipo di approccio che avete ad esempio dal vivo.

MARCO: hai ragione, probabilmente il fatto di trovarci in uno studio così grande (le Officine Meccaniche, lo studio milanese di Mauro Pagani, ndr)ha influito, anche se poi il tentativo è stato invece quello di rappresentare il suono live: tanto che abbiamo tenuto le tracce di basso e batteria della pre-produzione, lavorando forse un po’ troppo sulle chitarre, che probabilmente hanno così perso la vena live. La prossima volta credo proveremo a registrare in uno studio più piccolo, e soprattutto cercando di avere l’attitudine di suonare dimenticandoci di essere in studio, senza aver paura di eventuali svisate, o di quelle bellissime pause di silenzio che capitano e che si tende a cancellare. Tieni conto, però, che essendo il nostro primo lavoro ufficiale, abbiamo rivolto tutte le nostre energie alle canzoni. Probabilmente dal prossimo disco l’attenzione al suono verrà ad avere un peso maggiore.

Come vi ponete nei confronti della cosiddetta scena indie? Certo il vostro approccio e la vostra musica non lo sono canonicamente.

STEFANO: guarda, in realtà le beghe e le paranoie che puoi trovare se bazzichi certi forum e certi siti mi fanno abbastanza arrabbiare, per tutta questa gente che crede di avere chissà quali verità in tasca e poi si limita di fatto a sputar sentenze. Si è un po’ perso il significato, del far musica, il senso, tanto che a Milano, molti vanno a vedere un concerto perché ci si deve andare, non perché si sia realmente interessati alla musica che viene proposta.
MARCO: c’è poi anche da dire che in giro ci sono davvero troppi gruppi, e la situazione è di vero caos musicale. Anche per questo noi abbiamo cercato di volgerci a qualcosa di stabile, come la musica italiana del passato. Siamo andati a cercare le regole, a studiare il modo di far musica di autori come Bindi e parolieri come Calabrese, per trovare la nostra via. Tutto questo è stato frutto di un processo assolutamente spontaneo e solo nostro, non pianificato a tavolino. Anche qui, non posso che ripetermi sull’ìmportanza di saper scrivere una canzone. Se si perde il significato, si perde anche la capacità di scrivere.

Il cenno di Stefano a Milano: voi siete chiaramente connotati su questa città, come provenienza. E poi in qualche modo il vostro riferirvi agli anni ’60 trova un illustre precedente in quello che Milano, dal punto di vista musicale, era in quegli anni: ovvero la sede di un certo tipo di far musica (basti pensare a Gaber, Jannacci e Fo), ma anche il centro nevralgico, per la presenza delle varie etichette, e per l’affluenza in città dei cantautori genovesi.

MARCO: beh, sarebbe molto bello, e ci piacerebbe, riuscire a ricreare una situazione di quel tipo, anche se ovviamente gli anni in cui siamo sono molto diversi. Però ci piacerebbe ad esempio impostare una serata in modo che ci sia il nostro live, e prima, o dopo, un djset a tema ispirato ai mondi a noi affini, o altre band più o meno a noi vicine che suonino.
STEFANO: credo che comunque a Milano per ora siamo un caso isolato, noi. Però potrebbe essere che ci tiriamo dietro altre band più o meno riconducibili a mondi affini ai nostri, senza creare una vera scena, ma comunque trovando tra tutti una specie di filo comune. Il filo comune potrebbe ad esempio essere quello della canzone.
ANTONIO: per il resto, stiamo cercando di suonare anche un po’ più lontano da Milano, anche per non rimanere connotati come realtà solo milanese, e prossimamente dovremmo chiudere alcune date in giro per l’Italia. Prima tappa a Genova, ovviamente!!!

Voi sottolineate spesso l’importanza del vostro manager, il cantautore Alberto Motta, nel farvi avere un po’ di visibilità.

ANTONIO: sicuramente! Alberto, che per noi è praticamente il quarto Coso è una persona molto determinata, e si è appassionato tantissimo a noi, una sera in cui suonavamo alla Casa139 come ospiti di Diego Mancino. Da lì ha cominciato a seguirci e si è incaricato di gestire varie cose a cui noi non avevamo nemmeno pensato (pensa che nemmeno avevamo la pagina di Myspace!), e poi fu lui a portare le nostre registrazioni alle varie etichette. Insomma, una figura indispensabile!

Mi incuriosisce sapere che musica suonavate quando vi chiamavate Kubla Khan.


ANTONIO: era una specie di funky rock, un po’ alla Red Hot Chili Peppers… pensa un po’!

Siamo quasi alla fine della chiacchierata: mi dite, per ognuno di voi, tre dischi che consigliereste?

STEFANO: io, anche se gli altri mi odieranno per questo, consiglierei senza dubbio un disco di Ornella Vanoni insieme a Toquinho: La Voglia, La Pazzia, L’Incoscienza e L’Allegria.
ANTONIO: per me senza dubbio le Canzoni Dell’Appartamento di Morgan. Lo preferisco a quello nuovo, perché ha un suono meno cupo.
MARCO: io invece una raccolta di Don Backy con tutti i suoi successi, che mi sta appassionando molto in questo periodo.

Ecco perché dal vivo suonate L’Immensità! E invece, che cover scegliereste dei Rokes?


MARCO: naturalmente per quel motivo! Dei Rokes, fammi pensare… Beh, anche se un classico, direi Bisogna Saper Perdere.

E infine: ma intendi portare le Repetto bianche per tutto l’inverno?


MARCO: ovvio! E per quanto si può assolutamente senza calze, sono stato traviato da Serge Gainsbourg!



link: http://www.myspace.com/icosi

video: Mondo Sogna - I Cosi live@Acropolis Festival, Vimercate (Mi)







di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-10-15


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