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DIAMANDA GALAS

YOU ARE MY THRILL

DIAMANDA GALAS, . MANTOVA 2007-09-08    

Live > Mantova, 8 settembre 2007 – Festival della Letteratura

“The thrill is gone” sussurra Diamanda sulle ultime note dell’omonimo brano del secondo bis. Questo classico del blues chiude lo spazio finitamente infinito del concerto. Una performance strepitosa, incantevole ed inquietante. Un’ora e mezza di delirio emozionale. Ma non è possibile racchiudere in un banale quanto limitato e limitante spazio temporale, il dolore e l’annientamento del disagio psichico, il grido gutturale di popoli sterminati dalla guerra, l’ineluttabile quanto fisica percezione della fine che l’Aids procura.
Senso di morte. E’ di questo che parla Diamanda Galás.
E viene a raccontarcelo in una bella città di provincia, costretta dai bagliori del Festival della Letteratura, a destarsi ogni anno dalla sua sonnecchiante atmosfera, che sembra essere rimasta tale dagli anni cinquanta.
E la morte, lo si sa, è Il tabù della nostra civiltà, la grande assente, pur nel turpe sbandieramento che se ne fa oggi.
Argomento scomodo. Voce scomoda quella di Diamanda, utilizzata non al servizio del bel canto, ma per sputare all’esterno il dolore del mondo, che diventa materia vivente e plasmabile. Lo stesso dolore che assume innanzitutto su di se. Sul suo volto scavato dal pianto, sublimato da un trasparente pallore. Il male ne ha lavato via il colore.
The thrill is gone, no, l’emozione non se n’è andata. Rimane tutta qui, ad impregnare le logore mura del Teatro Sociale di Mantova, ad impastarsi all’odore di legno vecchio, a destreggiarsi fra i tremori di gambe, pance, bocche.
Diamanda esce di scena, sulla scia del bagliore dei diamanti sulla vistosa cintura e sugli orecchini: unici punti di luce nel nero assoluto delle sue vesti e della scenografia.
Lo stesso scintillio che ha catalizzato lo sguardo nell’oscurità, durante il concerto. Che ha costituito approdo certo nel vortice di cristalli sciolti nel quale ci si inabissa e dal quale si riemerge, ansimanti, ad ogni brano.
Diamanda è una donna sola sul palco. Il visibile a noi, è una lunga macchia nera: lei e il suo pianoforte. Che altri non è se non un prolungamento del se. Che delinea le armonie, che sottolinea le dissonanze, che introduce agli umori di ogni brano.
L'invisibile ci viene rivelato attraverso volti spettrali che si materializzano attorno a lei. Prendono forma all'improvviso nel fumo opalescente che si carica di colori crepuscolari. Bocche, si spalancano in un grido di universale sofferenza. Famelici occhi, si protendono verso di lei e si ritraggono, senza mai arrivare a sfiorarla.
Sono forse quegli stessi spiriti femminili ai quali la Serpenta rivolge la sua preghiera, chiusa in una dark room, prima di ogni esibizione.
Sono forse Edith Piaf o Marlene Dietrich, evocate dalla mirabolante potenza della sua voce, che stentano a riconoscere le loro chansons d’amour, che rivivono in loro e le scoprono per la prima volta.
Perché la Galás trasfigura ogni brano, lo sublima fino a svuotarlo, lo usa come cassa di risonanza della sua personale dannazione che è dannazione dell’umanità intera.
Lo spettacolo che la Galás ha presentato è una selezione di elegie e canzoni, con musiche sue e testi dei poeti Henri Micaux, Cesar Vallejo, Paul Celan, Gerard de Nerval, Aime Cesaire e Adonis (Ali Ahmed Said), testi a volte modificati da Diamanda, la quale ha però mantenuto lo spirito del poeta, lasciando intatto l’incanto dei versi.
Ma anche canzoni rese celebri da interpreti come Juliette Gréco (Amours perdues), Marlene Dietrich (Moi, je m’ennuie), Edith Piaf(Padam Padam), Jaques Brel (La chanson des vieux amants), e amanedhes (improvvisazioni vocali originarie di Smirne e cantate da greci, armeni, assiri e turchi, una sorta di lamento gonfio di disperazione e nostalgia per la patria perduta, quasi una preghiera che i rifugiati della guerra turco-greca del 1920-22 cantavano nei caffè Amenes di Atene) della Galás stessa.
La potenza narrativa della sua voce al servizio di chi, ieri come oggi, voce non ha. Nessun libro saprebbe rendere meglio un tale grido di amarezza.
In questo recital, Diamanda ci ha presentato anche alcuni brani tratti dal suo disco Guilty, Guilty, Guilty, previsto in uscita per il 1° novembre, ma che per una sua ferma volontà di perfezionarne ulteriormente il sound, uscirà a febbraio 2008.
Lavoro incentrato sull’amore tragico ed ossessivo, canzoni di amore e morte, come O Death di Ralph Stanley. E’ il canto solitario di una persona che si trova in una situazione di completo isolamento e canta al cielo in uno stato di profonda prostrazione. Una conversazione con la morte che si presenta, ineluttabile e dice: “ho bisogno della tua carne per tenermi caldo” E ancora, tratte dal nuovo disco, Eight Men and Four Women (OV Wright) e Autumn Leaves (Joseph Kosma e Johnny Mercer).
Lei ed il suo pianoforte ci hanno condotti nei territori del blues, del jazz, della chanson française, senza disdegnare la lirica e la musica mediorientale.
Galás è un’innovatrice del blues negli Stati Uniti: per il semplice fatto di essere greca, così come lei ama dire. E si scaglia con passione contro quei musicisti jazz e blues che pretendono di imprigionare la musica entro i limiti del genere di appartenenza, che aspirano ad un fatuo purismo, enfatizzando le proprie radici. Ma tutti i generi musicali sono collegati tra di loro, sembra raccontarci Diamanda con la sua opera.
Fin dal suo esordio nel 1982 con Litanies of Satan, l’artista visionaria, nata negli Stati Uniti da genitori greci, ha seguito un percorso molto particolare, unico e inimitabile nell’ambito della performance art e soprattutto della sperimentazione vocale.
Voce che usa come strumento: voce di una estensione di ben quattro ottave, che lei è in grado di controllare in ogni sua minima sfumatura, modulandola con perizia e piegandola alle esigenze della sua arte. Voce che incute terrore, che scuote, che paralizza. Voce capace di sorprendente dolcezza e sublime grazia.
I vagiti primordiali, i gemiti claustrofobici, i lamenti grevi, i versi strazianti. Fanno si che la voce perda ogni sua caratteristica umana e diventi strumento di espiazione dei delitti dell’umanità. Espiazione divina o diabolica, a vostra scelta.
Colei che è stata spesso etichettata quale satanista (singolare, dal momento che ha sempre denunciato le ipocrisie e la corruzione della religione, e il demonio è figlio della religione), ci parla invece di una dimensione umana che nulla ha a che fare con l’oltretomba, di qualunque specie esso sia.
Lei affonda le mani nella realtà, senza paura di assorbirne il male.
Come solo le donne sanno fare. Come solo questa donna di una femminilità autentica, che non ha bisogno di blandire il mondo maschile, sa fare.
L’indignazione e la denuncia non possono avere mezze misure e Diamanda è una donna viscerale: o ama o odia.
Molto lontana dalle performances teatrali deliranti che hanno caratterizzato i primi anni della sua lunga carriera, questa affascinante signora poco più che cinquantenne, ci seduce oggi con la sola forte personalità: il dolore ora è nudo e si mostra in tutto il suo sanguinante essere e ferire.

Loredana Sparvoli

video: Diamanda Galas live a Mantova.



di: Lory

Articolo inserito il: 2007-10-23


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