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SIOUXSIE – MANTARAY

La Regina Della Notte veste di velluto blu

Siouxsie, Mantaray. Universal 2007    

Supporti > Sembra incredibile, considerato che il personaggio è in giro dalla fine degli anni ’70. Eppure Mantaray è proprio il primo disco solista di Siouxsie, che vicina alla soglia delle cinquanta primavere (portate benissimo, sia chiaro) si concede, dopo aver scritto pagine leggendarie con i Banshees e aver sperimentato nei meandri del ritmo con i Creatures, una fatica di mano esclusivamente autografa.
E naturalmente il disco non vuole (né può) essere un inquietante teatro delle tenebre, o una irrequieta esplorazione percussiva come quelli che erano i marchi di fabbrica dei succitati progetti. Epperò ne porta le scorie, riversandole in una miscela sonora che affianca a tutti questi ingredienti di volta in volta un rock dal sapore ottantesco (About To Happen, con un arpeggiatore alla Moroder nel ritornello), o un crooning stralunato e raggelante che parte da 007(Here Comes That Day, con all’orchestrazione degli archi mr. Goldfrapp, l’italiano Davide Rossi) e arriva alle melancolie notturne e disperate di If It Doesn’t Kill You, quasi bristoliana nell’andamento narcotico. Certo, ogni tanto la Siouxsie si ricorda di aver scritto pagine imprescindibili per tutti coloro che hanno amato i suoni dark-wave, come nell’iniziale (e primo singolo) Into A Swan (un po’ troppo metallonzo nei suoni, a voler proprio trovare un difetto), o anche in Loveless, anch’essa forse penalizzata più del dovuto da una produzione eccessivamente levigata (bello però lo xilofono, altro segno dell’amore della Nostra per certi tribalismi già presenti anche nei Banshees). Meglio ancora questo glorioso passato traspare nella solenne One Mile Below, tenuta su da una cavalcata ritmica fatta apposta per le urla mantriche della Susan, o anche nella delirante e maligna Drone Zone, forse il pezzo più particolare del disco, per l’atmosfera alla Twin Peaks che aleggia nella base finto-cooljazz.
Ma pare quasi che Siouxsie preferisca, in questo suo primo passo da sola, ritagliarsi, più che quello di sacerdotessa voodoo degli anni giovanili o di stregonessa afrogiapponese delle stagioni dei Creatures, il ruolo di una torbida chanteuse, che attraverso l’eleganza di abiti sonori turgidi e ridondanti ma mai meno che raffinati, e dell’interpretazione sempre all’altezza ipnotizzi e raggeli, ancora una volta in maniera non dissimile dalla funzione straniante che, solitamente, hanno le musiche di Angelo Badalamenti per i film di David Lynch. Ne sono un esempio la fascinazione retro e in chiave bossanova di Sea Of Tranquillity o anche il sapore agé di They Follow You, dalla lunga intro strumentale e che poi si dipana su traiettorie melò non distanti dalle predilezioni di quel buon amico della Siouxsie che si chiama Morrissey, prima del congedo, ancora una volta da Gran Dama della Canzone, di Heaven And Alchemy.
Insomma, non certo un’opera rivoluzionaria, questo Mantaray (nemmeno credo che lo fosse nelle intenzioni iniziali): semplicemente, e non è poco, una bella collezione di canzoni, magari non tutte imperdibili a livello di scrittura, ma di sicuro tutte più che gradevoli e ascoltabili, oltre che molto, forse troppo, ben confezionate.
E poi, Siouxsie la si ama. Punto.

link: http://www.myspace.com/siouxsiemantaray

video: Into A Swan



di: BLIXA

Articolo inserito il: 2007-10-29


SIOUXSIE – MANTARAY