BLOOMRIOT > Sentito > ED VEDDER - INTO THE WILD

ED VEDDER - INTO THE WILD

Per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Ed Vedder, Into the wild. sony - bmg 2007    

Supporti > Un ragazzo seduto sopra un autobus che guarda chissà dove, mentre l’infinito gli fa da cornice.
Così si presenta Into the wild: il viaggio da solista di Vedder fra le lande desolate dell’Alaska, sui passi di un giovane di ventidue anni che decide di lasciare la vita agiata da tratto a matita già disegnato, per immergersi in un cammino sconosciuto e oscuro. Questa è la trama del film di Sean Penn e sembra di vederlo Eddie che, leggendola, si ricorda tutte le volte che, da giovane, magari alla pompa di benzina, si immaginava lui stesso di intraprendere un viaggio simile.
Ecco la ragione di un album così coinvolgente e coinvolto, dove la sua voce tocca tutte le tonalità tipiche e corre attraverso le orecchie e passa nelle vene, per innervarsi in tutto il corpo. Ecco le ragioni di un album così coinvolgente e coinvolto, dove le liriche non lasciano spazio a lezi stilistici, ma procedono con la spontaneità, la dolcezza e la ruvidezza che la storia narrata richiede. Vedder cammina sui passi interiori del protagonista e racconta il suo allontanarsi dalla società, la sua solitudine, il sole che lo fa ritrovare e tutto ciò che fa parte del suo percorso spirituale.

Undici pezzi raccolti in mezz’ora di musica praticamente acustica, dove voce e chitarra sono gli elementi fondamentali.
Lo si capisce sin da subito, da Setting forth, dove il messaggio, diretto e univoco, dice di esporsi nell’universo, mentre No ceiling, pezzo col banjo al posto della chitarra, parla all’ascoltatore e gli dice chiaramente che non c’è ragione per tornare indietro.
Il viaggio è iniziato e una pennata decisa a sei corde e un cantato rabbioso e profondo sono Far behind, mentre tutto torna calmo con l’ukulele di Rise, dove la lirica tocca uno dei momenti più alti con il verso intimistico burning black holes in the memory. Long nights, seguita dall’intermezzo strumentale Tuolumne, scava nelle orecchie dell’ascoltatore con la voce profonda di Vedder ed il suo ripetere continuo di I’m fallin, mentre Hard sun (primo singolo estratto), cover di tale Gordon Peterson, è un acustico liberatorio, da lacrime di gioia e malinconia, dove il ritornello corale è tutto da cantare a braccia larghe al vento.
Il viaggio prosegue con il suo camminare silenzioso e Society, un pezzo che musicalmente parla molto con il Dylan degli inizi, è forse uno dei momenti più coinvolgenti del disco e Vedder diventa il protagonista e sembra quasi commosso nel cantare e nell’augurare alla società di non sentirsi sola senza di lui. Il canto sciamanico di The wolf e la divisa End of the road, una parte sognante e cantata si oppone ad una seconda più cupa e incisa dalle incursioni nere della chitarra elettrica, strizzano l’occhio alla colonna sonora di Dead man di Neil Young ed accompagnano verso la fine: Guaranteed. Qui sembra già di vedere i titoli di coda e la testa viaggia nel silenzio dei paesaggi desolati del film ed anche il reprise finale, dopo qualche minuto di silenzio, sembra un saluto ed un accompagnare il sipario che si chiude.

Un ragazzo seduto sopra un autobus che guarda chissà dove, mentre l’infinito gli fa da cornice.
Tiri fuori il cd dal lettore, osservi la copertina e ti rendi conto di essere nella tua casa con le tue comodità che non abbandoneresti mai, ma ti compiaci di esserti sentito per mezz’ora “Supertramp” (così veniva chiamato il protagonista del film). È questa la grande forza di Into the wild: di farti viaggiare. Ti coinvolge, ti ipnotizza e ti fa immedesimare. Ti senti di aver abbandonato tutto, almeno per la mezz’ora del disco, e finisci con la voglia di ripartire verso chissà dove, ma la meta non conta perchè, come diceva De André: per la stessa ragione del viaggio viaggiare.

link: http://www.pearljam.com

video: Society, con immagini di repertorio di Eddie.



di: ammale

Articolo inserito il: 2007-11-03

Articoli Collegati:
- PEARL JAM, Pearl Jam - recensione
- PEARL JAM, RIOT ACT - recensione