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le madri nere

vorrei tanto essere Pupi Avati...

Silvana Zancolò, le madri nere. italia 2007    

Film > Siamo in Francia durante la guerra. Maurice Dumont è un bambino di 9 anni con uno strano legame col suo gemello morto alla nascita. Sua madre Marie cede all'influenza occulta dell'enigmatica Madame Armand, la quale la induce a partecipare a delle folli sedute spiritiche le cui conseguenze sfuggiranno di mano a tutti...


Maurice è un bambino sfortunato, suo fratello gemello non si accontenta di restare morto ed infesta la sua esistenza con continue apparizioni, sua madre per misteriosi motivi solo a lei noti, ne sente la mancanza, ma come si fa a sentire la mancanza di qualcuno che non è mai nato?
Inoltre nel villaggio dove non ci sono uomini a causa della guerra, le donne rimaste si riuniscono in strani passatempi, come le Madri nere che, almeno nel libro, sono donne che hanno perso i figli e dedite al tentativo di comunicare con loro dopo la morte. Ma nel film di Silvana Zancolò le Madri sono delle vere e proprie adepte della necromanzia, e risvegliano qualcosa, con la complicità più che di Maurice, di suo fratello Jacques, che meglio sarebbe stato lasciar dormire.
Il romanzo originale da cui è tratto questo film aveva una carica del tutto ignorata dalla regista, la quale si concentra volutamente su una trama secondaria e ci regala un ora e mezza della solita solfa da soap, che in Italia è la norma nella stragrande maggiornaza dei casi. Le progressive apparizioni, come anche il sottotesto della provincia infestata, non aggiungono nulla allo sfruttatissimo filone dei morti che si vendicano, e anche se la regista vorrebbe tanto essere Pupi Avati, di sicuro non ci riesce. Non si capisce come mai una buona competenza registica, non debba bastare ad appagare l’ego di una discreta artigiana che avrebbe anche potuto fare di meglio, ma che decide di ispirarsi al già visto e fatto da altri pure meglio.
Tralasciando per un attimo la noia che piglia alla trasposizione televisiva di temi obsoleti, quello che resta da chiedersi è come mai non ci si possa semplicemente dedicare a quello che si sa fare, senza assumere posa da cineasta, che qua rendono in alcuni passaggi caricaturale l’opera e anche chi ne parla come di un evento “eccezionale”.
L’intera trasposizione risulta appesantita dalla lentezza tipica dell’horror padano del maestro Avati, senza che però se ne sappia eguagliare la cifra autoriale.
Gli attori sono in realtà assai convincenti, e la costruzione di quello che si vorrebbe un legame con la dottoressa e col maestro regge solo grazie all’intensità espressiva dei protagonisti.
Tutto qua, spiace sempre non poter parlare al meglio del lavoro dei nostri registi, ma quello che mi chiedo è come mai un autore austriaco alla prima opera, che abbiamo visto nella stessa rassegna che ci ha dato l’opportunità di vedere il film della Zancalò, possa nel contempo essere innovativo e modesto, mentre ultimamente da Venezia in poi in maniera anche più evidente, pare che i nostri nuovi talenti ne facciano un punto d’onore di difendere con la boria una trita ripetizione di opere di altri, che sono state di grande ispirazione per molti, ma che in mano ai nostri nuovi registi sono solo delle pallide copie.


di: Anna Maria Pelella

Articolo inserito il: 2007-11-07


Silvana Zancolò le madri nere
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