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Come comporre e scomporre una trilogia elettrica

"Tutti vogliono la stessa cosa...chissà che cosa"

Morgan, . Hiroshima Mon Amour - Torino 2005-10-27    

Live > Sono due eleganti “animali familiari” quelli che, con passo deciso, incedono sul palco dell’ Hiroshima Mon Amour: Marco Castoldi ed il fedele compagno di avventure (e di quelle che nello svolgimento si mostreranno disavventure) Megahertz.
Di fronte al pubblico le macchine dell’inferno che ben delimiteranno gli ambiti d’azione dei due, pronte a ricomporsi in unità al centro del palco.
E’ proprio qui infatti che sintetizzatori, tastiere, fili, grovigli e theremin sembrano riunirsi, fisicamente e metaforicamente, nel vertice del triangolo di una “trilogia elettrica”: una tastiera che ben vedrà all’opera Morgan e Mega.
Parte così il BioElectric Show a Torino, l’inizio è un delirio di suoni sempre pronti a restare in bilico tra la cacofonia e non, in cui l’artista milanese mette all’opera mente, corpo e piedi, questa volta non metaforicamente, dimostrando da subito di saper trattare e bistrattare l’attrezzatura.
Saranno forse impeto e distrazione a far cadere la birra sulla serpentina di cavi, ma prontamente tutto è riportato al (dis)ordine prestabilito e così si va avanti con un paradosso: balzo nel passato, “Decadenza”.
E’ poi la volta dei brani del recente album, “Amore assurdo” ed “Animali familiari”, ed anche dei problemi tecnici.
La si potrebbe chiamare “la maledizione della Mela”: già un anno fa durante il Premio Tenco il buon Macintosh si rifutava di funzionare ed il pubblico, esortato dallo stesso Morgan, era stato invitato ad “immaginare una musica alla Brian Eno” (testuali parole).
C’è così il tempo di cambiare vesti e diventare intrattenitori, si domanda una spuma ma arriva solo un chinotto, dal pubblico qualcuno chiede a gran voce la chitarra (non era il basso???), qualcun’ altro urla di suonare, ma Castoldi non s’infastidisce, con l’ironia che lo contraddistingue risponde prontamente che è inutile che si urli, il computer non sente ed è lui che suona, che decide: battuta di spirito che però ha del vero, questa volta fortunatamente piano piano le macchine abbandonano la ribellione e decidono di tornare a collaborare.
Un accenno di “Ma cos’è questa crisi” e si attacca con “La crisi” vera e propria, in quanto canzone ed anche situazione direi, si perdono parole per strada ed anche musicalmente c’è qualche sbavatura, ma Megahertz riesce a sistemare con voce e suoni più precisi.
Sempre presenti vino, nicotina, chiacchere e citazioni che mostrano anche una certa cultura in merito a cartoons, c’è spazio anche per un riferimento a “Le follie dell’imperatore”, ci forse sarà la manina complice di Anna Lou? Certamente c’è nei giocattoli che sono posati sul tavolino(unico arredo scenico se così lo si può chiamare) e di cui si fa uso nel disco e che non mancano dal vivo.
Potrebbe diventare tutto un Cabaret Voltaire, se volessimo giocare con le parole e contrarre il titolo del nuovo album “Da A ad A” non mancherebbe neppure il dadaismo, ma purtroppo non siamo a Zurigo e così si entra nelle “Canzoni dell’appartamento” dalla porta principale ,“Heaven in my cocktail” e “Me”, con l’intermezzo di “Tra cinque minuti”.
Sempre con vena d’interazione Morgan fuma, tossisce, si riprende e riprende, sorride e sorridiamo cercando di ricominciare da “Zero”, passando attraverso tempi altri. E’ con “Something” di George Harrison che ogni titubanza viene spazzata via, nel lieve vento che raffredda Torino: esecuzione da maestro e non si può fare altro che tacere per poi lasciarsi coinvolgere e trascinare prima “Da A ad A” e poi letteralmente “Altrove”, ove la voce ammutolisce i dubbi e finalmente fa parlare il pubblico che, fatta eccezione per sporadici slanci d’entusiasmo,fino a questo momento sembrava veramente da qualche altra parte, ma che ora abbandona ogni residua titubanza.
E’ ormai troppo tardi però, lo spettacolo volge al termine e lo fa nel migliore dei modi con “Contro me stesso” che sembrerebbe la vera e propria dichiarazione d’intenti.
Già, perché l’artista monzese ha scelto uno spettacolo con vere e proprie killer applications, sia nell’accezione di “decisive” sia in quella più “malvagia”: le elettroniche avrebbero infatti potuto sommergerlo e farlo sprofondare in chissà in quali abissi, ma lui reagisce sapientemente, mostrando a noi (e alle stesse macchine mefistofeliche) come esse siano in realtà sue estensioni, creazioni ed anche visioni e passioni.
Una prova contro se stessi, uno sfidare le aspettative di chi attendeva ancora un pianoforte a coda, oppure che sia stato colpito da una nuova “blu-vertigine”?
Io non lo so, non lo sapete voi e secondo me non lo sa né Morgan, né Marco Castoldi.
Questo non è un concerto, non è uno scherzo, non è una prova d’attore, questo è un ibrido, questo è Morgan, quello che ha abituato chi lo segue da tempo ad uscite e battute più e meno felici, ad esecuzioni più e meno perfette, più e meno cantautoriali, più e meno, ma sempre in moto, nell’oscillare che lo contraddistingue, ma mai nel vacillare.
Si esce dall’Hiroshima che è quasi l’una meno un quarto, dopo l’avvio poco dopo le undici: certo ci sono stati molti momenti non solo musicali, gaffes, parole dimenticate qua e là ed i fans più accoliti avranno trovato magagne, imprecisioni e scelte da evitare, non si deve omettere però che troppo spesso il pubblico è rimasto in disparte e l’alchimia non si è realizzata a pieno, forse non solo per colpa (?) di chi era sul palco.
La scaletta, la durata, gli errori, il set elettrico: questi sono dati oggettivi.
Lo sono altrettanto l’impegno, la voce e la capacità.
Come gli altri presenti ho visto lo stesso concerto ed ognuno di noi ne ha visto e sentito, sulla pelle e nei timpani, uno totalmente diverso, per quel che mi riguarda ho avvertito una grande sincerità, un uomo che sembra giocare ma che è ben consapevole di ciò che sta facendo, che non risparmia sudore ed impegno, che sa prendersi dei rischi e quasi certamente lavorerà per perfezionarne gli errori.
In fondo si sa, ai concerti “vogliono tutti la stessa cosa…chissà che cosa”.
Morgan rientra solamente per suonare la sopracitata “La cosa” con grande impeto e furore, si chiude la scena.
Mi auguro non lo scopra mai cosa voglia il pubblico, lasciamolo cercare, sperimentare, semplicemente lasciamolo esprimere, ma prima di tutto lasciamoci condurre lungo un percorso simile ad uno smarrimento, con una rotta eccentrica, asimmetrica ed inaspettata, talvolta parallela, in grado di tangere l’emozione, ma comunque sempre e sicuramente in grado di farci ritrovare ciò che forse non eravamo consci di stare inseguendo: un artista completo, difficile stargli dietro ma ne vale la pena.
Non vogliamo tutto e non lo vogliamo subito.


di: mell of a hess

Articolo inserito il: 2007-11-09


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