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BRETT ANDERSON

La mia generazione ha perso?

Brett Anderson, . Rainbow, Milano 2007-12-06    

Live > Ci sono per lo meno due buoni motivi, per i quali il sottoscritto è grato agli Suede.
Il primo, solo apparentemente futile, è che fu quando per la prima volta vidi il video di Animal Nitrate, con quel cantante imbelle e strafottente che mimava le pose più glam di Bowie vestendo un giubbotto di pelle e di laidezza rubato al Lou Reed di Transformer, che stabilii il mio primo modello di fighismo, uscendo dal buio estetico degli anni grunge.
Il secondo è che fu grazie agli Suede che decisi di approfondire la conoscenza, che poi si tramutò in amore, per la musica di David Bowie. Grazie a loro, più che ai contemporanei Placebo o Pulp, che pure al Duca Bianco guardavano quale loro mentore.

E gli Suede in effetti, per un buon tratto di anni '90 riportarono in auge quel tipo di hype che il Bowie-epoca Ziggy Stardust aveva ai suoi tempi alimentato, tanto che non c'erano maschietti in quei giorni che non avrebbero voluto essere come il buon Brett Anderson (più prosaicamente, invece, le sempre più sagaci fanciulle avrebbero preferito essere CON il buon Brett Anderson). E mi risulta a tutt'oggi incomprensibile come la band sia passata tanto fulmineamente dall'Olimpo della fama al più profondo buco nero dell'oblio: probabilmente perché meno furbetti di Albarn e dei suoi Blur, meno disincantati dei Pulp, meno rocchenroll degli Oasis (ma perché gli Suede erano maledetti per davvero, mica hooligan da pub come i Gallagher), meno fancazzisti dei Supergrass e, naturalmente, meno intellettualmente impegnati(vi) dei Radiohead. Insomma, sta di fatto che da dopo la dipartita, al termine delle registrazioni di Dog Man Star (indiscutibilmente il capolavoro degli Suede), di Bernard Butler, chitarrista maiuscolo e alter ego di Anderson, un po' come negli anni '80 era stata la coppia Morrissey-Johnny Marr (e gli Smiths, oltre a Bowie e Scott Walker sono per certi versi un buon punto di riferimento per inquadrare la musica del gruppo) la band è scivolata velocemente in un dimenticatoio di droga e altre faccende, nonostante dischi che, seppure mai del tutto eccelsi, certo qualche brano buono l'avevano. Butler e Anderson ci hanno anche riprovato un paio di anni fa, facendo pace e mettendo insieme il progetto The Tears, anch'esso però naufragato (forse ne trovate ancora qualche copia nei cestoni coi dischi a 5.90€ nei centri commerciali).

Così che, sempre alla chetichella, Anderson all'inizio di quest'anno è tornato sulle scene con un buon album da solista (recensito su queste pagine) e, sempre nella più totale sordina, ha anche iniziato un tour, intitolato An Evening With Brett Anderson, insieme a Amy-la-violoncellista, e con il Nostro impegnato alla chitarra acustica e al pianoforte.
La tappa milanese di questo minitour italiano è stata al Rainbow, locale storico e perfettamente adeguato alla serata, in quanto indissolubilmente legato agli anni '90 e alle prime notti brave di noi around-the-thirties (ah, i mitici Venerdì Sera del Rainbow!), ma che è a un passo dalla chiusura definitiva e che si manterrà, per tutto il concerto, mezzo vuoto. Una cornice loser. Per uno che di fatto è stato dichiarato loser dagli eventi. Ma. Io li adoro, gli sconfitti. E, probabilmente, anche per una generazione che loser prima ha compiaciuto autodichiararsi, e poi tale ha finito per essere. Un appuntamento vero, insomma.

Prime impressioni. Brett ancora più asciutto che in passato, lo sguardo magro e nervoso che tradisce una profonda tristezza dell'animo, o comunque una costante malinconia, sembra per metà un personaggio di un film Nouvelle Vague e per metà Robert Carlyle in una pellicola di Ken Loach, mentre prima era una sorta di reginetto glam, ambiguo e egotista. Jeansscuri-camiciabianca-giaccanera, per lui, che inizia con una programmatica Love Is Dead un'esibizione che per tutte le due ore della sua durata sarà all'insegna dell'intimità, della attenta partecipazione (la definirei com-passione affettiva) del pubblico e di una atmosfera che si viene a creare, tra il pubblico stesso, la location e l'artista, quasi proustiana, in cui Brett sembra un reduce che non abbia rasserenato il suo passato, ma solo forse attutito in una neutrale rassegnazione i furori e le delusioni del passaggio alla maturità.

Epperò, che voce, signori! Sempre quella, bellissima e melodrammatica (it's the english disease), che si lancia meno o quasi nulla nei vezzosi falsetti degli anni verdi, ma che, più pastosa seppur sempre pienamente di gola (vedi alla voce Bowie, once again), arriva dritta al cuore, sia che si dolga nei melancolici tableaux dell'album solista (e sono da menzionare quanto meno To The Winter, The Infinite Kiss e Scorpio Rising, bellissime anche nella semplice versione chitarra-voce-violoncello) sia che, come ovvio e come un po' tutti, onestamente, si aspettano, si tuffi a capofitto nelle canzoni del repertorio Suede, naturalmente accolte con un tripudio generazionale: scorrono (non in quest'ordine) Everything Will Flow, The Wild Ones, The Two Of Us, The Power, The Asphalt World, New Generation (bello che ci sia molto da Dog Man Star), una Still Life semplicemente da brividi. Brett ci sa fare sia alla chitarra che (soprattutto) al piano, mentre il violoncello dà il giusto colore ai brani, senza strafare ma facendosi apprezzare per discrezione.
Nonostante il tono intimista del tutto, e nonostante non sia certo leggerezza, quella che traspare dalla performance di quei due sul palco (Anderson mi fa quasi tenerezza, a tratti, e ha un sorriso dolce di ringraziamento e lieve imbarazzo, come di uno che avendo visto tutto non ha più niente di che spaventarsi), tale è la comunanza pubblico-artista che le due ore passano in un lampo, e quando alla fine, come bis, Brett concede So Young e Trash siamo davvero tutti lì a cantare con lui.

Poi le luci del Rainbow si accendono, e sembra che da un momento all'altro debbano partire i titoli di coda di Come Eravamo.

Le foto sono di Roberta Accettulli (grazie!)


di: BLIXA

foto di: Roberta Acetulli

Articolo inserito il: 2007-12-07

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