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Sono Sion

Il surrealismo asiatico e le derive dello spirito al cinema

Sono Sion, .    

Registi > Sono Sion nasce a Toyokawa in Giappone nel 1961. Ottiene i suoi primi riconoscimenti come poeta, già a 17 anni, quando i suoi lavori vengono pubblicati sul The Modern Poem Book. Frequenta l’università di Housei e nel frattempo si dedica al suo primo lavoro come regista, il cortometraggio I am Sono Sion!! (Ore wa Sion Sono da!! 1985) in realtà una lettura delle sue poesie, cui fa seguito il suo primo lungometraggio: Bicycle sigh (Jitensha Toiki) nel 1990.
Il suo lavoro successivo, The Room (Heya 1992) vince il Premio della Giuria al Tokyo Sundance Film Festival. Si tratta di una bizzarra storia incentrata su un killer seriale che cerca una stanza in cui nascondersi.
Mentre il film fa il giro dei festival europei, Sono Sion si dedica alla recitazione, nel film I Hate You... Not (Kirai...Janaijo 1991) attirando così l’attenzione dei registi francesi Jean-Jacques Beineix e Jackie Bastide, che useranno le sue poesie per il documentario Otaku che racconta della scena del post-modernismo giapponese.

Il suo primo grosso successo internazionale è Suicide Circle (Jisatsu Saakuru 2002) che si fa notare contemporaneamente dal pubblico e dalla critica, la quale gli tributa numerosi riconoscimenti, primo fra tutti il premio della giuria al Fant-Asia Film Festival. L’ormai famosissima scena iniziale gli vale l’attenzione dei fan europei, i quali creano un passa parola in rete che precede spesso le proiezioni in sala. La trama è basata su una leggenda metropolitana, successivamente avveratasi, che vuole i giovani giapponesi impegnati in suicidi organizzati attraverso la rete. L’opera in sè presenta un pessimismo di fondo piuttosto disturbante, ma è senz’altro uno dei migliori lavori che il Giappone abbia prodotto negli ultimi anni. I personaggi sono terribilmente attuali, oggi più che mai, dal momento che in Giappone si è avuta una grossa impennata di suicidi, e la rappresentazione seppure cruda non appare mai gratuita. Sono Sion mostra in questo film la sua grande maestria nel raccontare per immagini quello che è il disagio di un’intera società, senza mai scadere nel compiacimento per la riuscita capacità di rappresentazione di contenuti altrove impensabili. Il personaggio di Mitsuko e quello di Genesis, il Charles Manson dell’era informatica, rappresentano le due facce di un fenomeno sociale la cui distruttività esce con violenza dallo schermo per venire ad inquietarci fin dentro il cuore, e a nulla valgono le blande rassicurazioni del finale, che suggerisce più che mostrare, una speranza di cambiamento che può solo venire dall’interno.

Noriko's Dinner Table (Noriko no shokutaku) è annunciato come il seguito del precedente film, forse per sfruttare la nascente popolarità del regista, dal momento che tocca solo di sfuggita i temi presenti in Suicide Circle. Quello che invece emerge nella narrazione è l’interesse del regista per alcuni argomenti che saranno ancora più centrali nelle sue opere successive: le famiglie disfunzionali e la solitudine che diventa alienazione nella società giapponese. Noriko è una ragazza che lascia la sua casa e si reca a Tokyo con in mano soltanto un indirizzo reperito in rete. Raggiunta la città si mette in contatto con Kumiko, che lavora in una bizzarra agenzia la quale noleggia parenti per le persone sole, e decide di lavorare con lei. Il film è una dolorosa riflessione sul tema dell’incomunicabilità e sulla solitudine, viste come le due facce dell’alienazione che opprime la società giapponese. La rappresentazione è minimale, in tal modo viene esaltata l’emotività sotterranea presente all’interno della dinamica del racconto, e le scene a mano a mano più coinvolgenti raccontano senza sconti la vera natura di un processo di progressiva alienazione con cui i membri di ogni famiglia giapponese si trova a fare i conti. La mancata comunicazione delle emozioni crea un divario tra sentimenti e rappresentazioni, essendo queste ultime la sola via riconosciuta di appagamento che i protagonisti si concedono. Noriko lascia la sua casa e va a vendere la sua presenza come figlia in casa di sconosciuti, coi quali si concede un rapporto familiare che non aveva mai sperimentato in precedenza. E questo aprirà la strada alla tragedia, nel momento in cui la sua famiglia, che non ha mai rinunciato a cercarla, si troverà di fronte alla realtà.

Il successivo Strange Circus (Kimyô na sâkasu) rappresenta a tutt’oggi il punto più alto raggiunto dalla cinematografia di Sono Sion. Ambizioso sia nel plot che nella rappresentazione, si tratta comunque di un film dai contenuti molto duri, che rappresentati in quella che appare la raggiunta maturità artistica del regista, contribuiscono nell’insinuare quell’inquietudine nello spettatore, che da sempre sembra l’obiettivo del cineasta giapponese. Strange Circus si apre con una storia di abuso e si chiude con una spiegazione solo parziale dell’intera portata di questo avvenimento, il quale viene anche mostrato nei suoi particolari e nelle terribili conseguenze, senza quasi nessuna censura. Il racconto si dipana avvincente per l’intera durata del film senza mai stancare, anzi acquisendo a mano a mano complessità e regalando più di un capovolgimento, in un uso assolutamente innovativo dell’acquisizione di informazioni attraverso il cambio di prospettiva, che contribuisce non poco all’estetica della rappresentazione di contenuti tanto personali quanto disturbanti. La messa in scena barocca con ammiccamenti ai maestri europei, primo fra tutti Fellini, è il punto forte dell’intera operazione, che comunque appare sostenuta dalla portentosa prova di recitazione di Masumi Miyazaki. Il confronto finale tra Masumi Miyazaki e Ishida Issei crea un forte contrasto drammatico e nel contempo poetico, che rimane a tutt’oggi insuperato. E il continuo insinuare frammenti di sogno nella narrazione ha il compito non facile di alleggerirne i contenuti, e contemporaneamente rendere fruibile una storia per alcuni versi insostenibile.

Hazard invece si riallaccia stilisticamente sia alla Nouvelle Vague di Godard che al Dogma di Von Trier, ed è girato esclusivamente in digitale, con camera a mano in uno stile semidocumentaristico, praticamente senza un budget e senza autorizzazioni. Narra la storia di Shinichi (Odagiri Joe) uno studente di college che, sentendosi intrappolato dalla pressione sociale della società giapponese e dalla routine in cui sembra scivolare la sua vita, decide di abbandonare tutto e di partire per New York. Appena arrivato in città, viene rapinato. Affamato e senza un soldo, si dirige verso un piccolo supermarket, dove cerca di rubare una ciambella. Viene sorpreso da Lee e Takeda, due ragazzi giapponesi che rapinano il negozio e, avendolo preso in simpatia, lo portano con loro. Comincia così un racconto di amicizia, rapine, poesia, droga e violenza, dove Shinichi sperimenterà una libertà sconosciuta nel suo paese d’origine, ma dovrà anche confrontarsi con il razzismo e la violenza della società americana. Le scene notturne, girate comunque con un tocco decisamente particolare, hanno il sapore sgranato nella New York di Mean Street e di Taxi driver e Sono Sion mette in scena con grande freschezza un classico romanzo di formazione, che si conclude con il ritorno di Shinichi in Giappone.

Exte: Hair Extensions (Ekusute) è una riuscita reinterpretazione del j-horror che mescola abilmente gli stereotipi del genere senza per questo rinunciare alla rappresentazione surrealista tipica del regista la quale, in alcuni momenti travolge lo spettatore con contenuti assolutamente innovativi in seno a quello che si vorrebbe un normale film horror, apparentemente senza troppe pretese. La storia è incentrata sull’utilizzo di hair extension invasate dal fantasma della defunta proprietaria, morta in circostanze tragiche e in odore di leggenda metropolitana dal sapore tutto asiatico. Yuko, una bravissima Chiaki Kuriyama, già Gogo Yubari per Tarantino, incappa casualmente nelle extension possedute e fa la conoscenza di un feticista dei capelli, Yamazaki, il convincente Ren Osugi, visto in molte opere di Miike Takashi, che si è portato a casa il cadavere che ha dato origine al tutto. La regia è personalissima e, nonostante la debolezza della trama, riesce a raccontare in maniera innovativa una storia che in mano ad un regista meno ispirato sarebbe di sicuro passata inosservata. L’uso abile della camera a mano e la sottile ironia servono da sottofondo per il racconto delle tematiche care al regista, prima fra tutte la famiglia disfunzionale e l’abuso infantile e subito dopo la perversione tout court. E sebbene non si tratti di un capolavoro, siamo pur sempre in presenza di un cinema ispirato ed in ogni caso originale.




Filmografia:

Ai no mukidashi (2008) (Love Exposure)
Ekusute (2007) (Exte: Hair Extensions)
Kikyû kurabu, sonogo (2006)
Jikô keisatsu (2006) mini-serie TV
Hazard (2005)
Kimyô na sâkasu (2005) (Strange Circus)
Noriko no shokutaku (2005) (Noriko's Dinner Table)
Yume no naka e (2005) (Into a Dream)
Jisatsu saakuru (2002) (Suicide Circle)
Utsushimi (2000)
Seigi no Tatsujin Nyotai Tsubo saguri (2000)
Dankon: The Man (1998)
Kaze (1998)
Keiko desu kedo (1997)
Heya (1992)
Jitensha toiki (1990) (Bicycle Sighs)
Ore wa Sion Sono da!! (1985) (I’m Sono Sion!!)


di: Anna Maria Pelella

Articolo inserito il: 2008-01-28


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