NICK CAVE AND THE BAD SEEDS
Do the Apo-calypso! Nick Cave e le Lezioni Americane
Nick Cave & Bad Seeds, Dig!!! Lazarus Dig!!!. Mute 2008
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Partire dalla copertina è estremamente significativo, alle volte. Aiuta a determinare coordinate e tracciare rotte, a farsi un’idea più o meno poi smentibile dagli ascolti. Nel caso di Dig!!! Lazarus Dig!!!, quattordicesima fatica di Nick Cave e dei Bad Seeds, la copertina si presenta così: colori scintillanti, saturi e pieni, neon baluginanti e toni caldi, dal giallo al rosso e ritorno, come quei baracconi di insegne negli hotel di quart’ordine, o all’entrata dei teatri di Broadway. O anche, vedendo la faccenda dal lato nascosto, come le insegne luminose di un luna park ormai da tempo abbandonato ma miracolosamente ancora funzionanti.
L’impero nel pieno della sua decadenza, in qualche modo.
E questo pare essere oggi quello che intriga Nick Cave: essere lì, ad assistere allo spettacolo pietoso di questi nostri mali tempi, non però con il tono messianico e un po’ moralista che un’educazione protestante come la sua potrebbe farci immaginare, ma con uno sguardo attonito, semmai arrabbiato solo con chi cede all'apatia, e drammaticamente ironico -ché auto-ironico Nick lo è sempre stato-, eppure partecipe e compassionevole (fossimo sul boulevard Saint-Germain negli anni '50, Nick Cave sarebbe senz’altro più un Sisifo alla Camus che un Sartre) sull’assurdità di una (sur)realtà di gran lunga più inafferrabile di una generata dalla più fervida fantasia di uno scrittore: e non a caso, nella interessante chiacchierata del Nostro con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz pubblicata qualche tempo fa su Rumore, Cave esprime apprezzamento per un altro cantore dell’ultra-realtà quale è Bret Easton Ellis.
Epperò: impero nel pieno della sua decadenza forse anche come citazione-omaggio verso uno degli idoli conclamati di Nick, l’ultimo Elvis, quello del periodo di Las Vegas, in cui lustrini e neon volevano nascondere (in realtà grottescamente denudandolo) un re ormai privato del suo trono.
Come che sia, per rappresentare questo sguardo prospettico sul presente (mai come qui i temi sociali sono esplicitamente citati in un disco di Cave, insieme ad altre tristi icone di noi postmoderni quali i centri commerciali), e torno al discorso della copertina, Nick Cave sceglie una scrittura, e dei suoni, dai colori vividi e forti quali quelli dei neon succitati: chitarre acustiche e elettriche, impazziti organetti vintage (non dissimili, curiosamente, da quelli rispolverati in alcuni brani dell’ultimo disco dai White Stripes), distorsioni acide (Warren Ellis è ormai al suo meglio, in questo tipo di cose): ché l’elegia pianistica, oltre a rappresentare per lui una strada fin troppo conosciuta, probabilmente è anche poco affine al clima che il disco vuole tratteggiare.
E soprattutto, fedele al diktat autoimpostosi, ovvero quello di non seguire mai troppo la stessa strada (“people often talk about being scared of change, but for me I’m more afraid of things staying the same, cause the game is never won, by standing in one place for too long” – Jesus Of The Moon), Nick sceglie dal mazzo una carta ben precisa: quella del ritmo, del groove, inteso come pulsazione primordiale (e sarebbe da notare, forse, come questa dimensione del groove come pulsazione fu una delle principali e misconosciute acquisizioni di band fondamentali della no e new wave: Gang Of Four, Contortions, A Certain Ratio, Pop Group e… Birthday Party).
Più che in Abattoir Blues, album predecessore di questo, e diversamente che in Grinderman, il ritmo: ché qui a farla da padrone è sì il groove sudaticcio e sghembo della title-track e di We Call Upon The Author, ma anche e soprattutto quello leggerino e in qualche modo 60’s oriented di Today’s Lesson e Albert Goes West, nonché quello incombente e losco, nel suo rimanere sospeso senza rivelarsi mai, di Moonland e Night Of The Lotus Eaters, forse da un punto di vista squisitamente musicale gli episodi più interessanti del disco, ma anche delle due quasi-ballad, Hold On To Yourself, che veleggia dalle parti degli U2-periodo Brian Eno, e Jesus Of The Moon.
E se questo è il contesto in cui inquadrare il tono generale dell’opera (nei contenuti, ça va sans dire, c’è naturalmente posto anche per l’eterno tema dei rapporti uomo/donna, qui, come già in Grinderman, visti dalla corsia preferenziale del lato sessuale), le luci da luna park della copertina ci vengono in aiuto anche nel prestare attenzione al puro e semplice ascolto, delle nuove canzoni: ché groove (“Do you wanna dance? Do you wanna groove?” Si e ci domanda King Ink a un certo punto) e pop danno ai brani del disco la sensazione di essere tutti una “stazione” di un enorme e coloratissimo parco dei divertimenti, di un’immersione nella Nobile Arte Del Gioco (un gioco che si allarga ai mini-video promozionali diffusi su internet prima dell’uscita del disco e alle dichiarazioni nelle varie conferenze-stampa di presentazione), in cui le tappe sono:
la scrittura dei testi, immaginifica, ricercatissima e dalle soluzioni sempre più gradevoli man mano che gli anni per Nick passano (i funambolici luoghi che Albert attraversa andando verso est nell’omonima canzone, il gioco di parole su Hemingway, le invenzioni lessicali, le trovate come i mille cloni dell’amata che il protagonista di Lay Down Here vorrebbe creare per farseli tutti, le offese ai mostri sacri: “Bukowsky era un idiota”, la lucida presa per il culo di se stessi e della propria verbosità in We Call Upon The Author, la donna che si sfrega proprio lì per fare uscire il genio della lampada, e ce ne sarebbero molte di più da citare);
un palpabile senso di goliardico e rilassato divertimento musicale nei musicisti, soprattutto nel suonare insieme, e che consente da un lato di rendere lievi momenti che, per i testi, lievi non sarebbero (Today’s Lesson), e dall’altro di giocare con la musica, rubacchiando un giro di basso dei Cure per Moonland, camuffando la propria vecchia Deanna rallentandola in More News From Nowhere, spruzzando di sha-la-la e battimani una canzone sì e l’altra no, permettendosi perfino di scrivere il brano serio(so) e strappacuore che qualsiasi bravo fan di Nick Cave vorrebbe (Hold On To Yourself) e magari di citare più o meno consapevolmente titoli di brani altrui (se “Bobby was a cautious man” in Albert Goes West ammicca allo Springsteen di Nebraska, mi piace pensare, per quanto sia improbabile, che il “to cut a long story short” pronunciato nella title-track si riferisca proprio all’omonima canzone degli Spandau Ballet);
e infine, su tutto, di intonare un affettuoso vaffanculo alle aspettative, alle pretese e anche alle sicurezze (e, non ultimo, alle eventuali critiche) da luogo comune che chi segue Nick Cave si aspetterebbe, per seguire senza patemi d’animo solo le inclinazioni della propria musa: certo, facile fregarsene di tutto e tutti e fare quello che vuoi se sei Nick Cave, si potrebbe obiettare, ma di artisti nella sua posizione e non altrettanto liberi ne è invece pieno il mondo.
Credo che, detto questo, si capisca che di Lazarus non mi importa quindi dire se sia all’altezza di questo o quel disco del passato, se sia mestiere o guizzo artistico, raschio del barile o nuova messa a fuoco, disco di passaggio o punto focale, o se si senta di più il peso di Warren Ellis piuttosto che quello di Mick Harvey: quello che penso sia più importante notare è sottolineare la sua significatività e il suo DIRE cose, attraverso un pugno di canzoni che, proprio per la leggerezza (leggerezza pensosa, naturalmente, per citare il Calvino del titolo di questo articolo) di cui sopra, scorre via agile e snello anche nei brani più lunghi.
Aspetto, quello del dire, che, in un periodo affollato di dischi quanto mai non-necessari come questo, credo sia davvero prezioso e non trascurabile.
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video: Dig!!! Lazarus Dig!!!
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2008-03-04






