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SIKITIKIS

Il mondo è una giungla... per chi non vede al di là degli alberi

Sikitikis, B. Casasonica 2008   

Supporti > Titolo pretenzioso, packaging in stile tribal-horror e nomi d'arte che sembrano coniati da Pino Scotto in un momento di bassa ispirazione (esempio: al basso c'è nientemeno che Reverendo Jimi, siore e siori). Devo essere sincero, c'erano davvero tutti i presupposti perché il Il mondo è una giungla... per chi non vede al di là degli alberi, nuovo disco dei Sikitikis, mi facesse incazzare come una bestia. Evidentemente, adattando la dicotomia resa celebre nientemeno che da Adriano Celentano, devo constatare che “Nome di Battesimo è lento, Reverendo Jimi è rock”. Essendo io lento per natura, certe cose non le sopporto.

Eppure. Come mi capita molto spesso, ecco la smentita. Qualcosa è passato, dalle undici tracce de B al mio cuoricino, ed è presto detto cos'è: si tratta del fascino – di cui sono personalmente sempre stato un po' succube – per il ragazzaccio, la faccia tosta, il piccolo delinquente di paese. Probabilmente quel tizio che a otto anni mi rubò la bicicletta nuova adorerebbe i Sikitikis – e io tutt'ora lo mitizzo, quello stronzo che me la fece sotto gli occhi. Fuor di metafora: quello dei Sikitikis è un disco spaccone, a volte scorretto e quasi maschilista – fondamentalmente un disco rock, animato da energia e sfacciataggine. In due parole: un disco finalmente fuori moda. Per niente carino, per niente metrosexual – insomma, il classico disco che David Beckham non comprerebbe mai. Un disco che mi ha fatto venire in mente che – nel profondo – il mio affetto per l'amico che mi ha insegnato ad aprire le bottigliette di birra con l'accendino è pari se non superiore a quello che provo per chi mi ha fatto conoscere Charles Mingus.
E se vogliamo parlare di musica – e non di filosofia da due soldi, that's rock'n'roll e che diamine – di carne al fuoco ce n'è altrettanta. Per dirla con i giovani: B spacca. La formula dei Sikitikis non stanca mai, anche grazie a una formazione assolutamente atipica per una rockband (“In questo disco non sono state suonate chitarre”, dichiara didascalicamente il booklet, ed è quantomai vero dal momento che non ci sono chitarristi nella band), e l'inizio del disco è al fulmicotone: Little Lu, Rosso Sangue e Piove Deserto hanno energia a chili, riuscendo nel contempo a risultare vagamente retrò con quel riverbero di memoria Elvisiana sulla voce di Diablo – e che dio stramaledica i soprannomi. L'Ultima Mano, fra le mie preferite, suona come uno strano misto tra i Muse e il ragamuffin – ma convince, senza scadere nel pastiche. E fa capolino anche il Celentano evocato qualche riga più sopra: la sua Storia d'Amore, pur non essendo granché in quanto a originalità nella scelta di una cover, nelle mani dei Sikitikis assume un ghigno inaspettato, e si trasforma in un affascinante caleidoscopio di tribalità è isterie. I nostri si tolgono pure lo sfizio di finire il disco in bellezza: Mi Avveleni Il Cuore è una tirata al fulmicotone che non lascia scampo, e il finale strumentale Le Gran Diable – animato da un basso elefantiaco e pervasa di suoni da incubo – ricorda certe cavalcate psycho-heavy dei Motorpsycho di Timothy's Monster.

Pensierino di fine recensione, contestuale al mio complimentarmi con i Sikitikis per l'ottimo prodotto e per il coraggio con il quale perseverano nel presentarsi armati di cotanto orrore di soprannomi. Speriamo che Max Casacci, guru di Casasonica e autore del mix di “Il mondo è una giungla”, abbia preso appunti durante il lavoro con i Sikitikis. Chissà che riesca a dare un senso alla loffia “svolta rock” dei suoi Subsonica rubando idee a chi il rock – nel bene o nel male – sa cos'è.

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video: Al Primo Colpo


di: gizmo

Articolo inserito il: 2008-04-07

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