BLOOMRIOT > Sentito > BAUHAUS

BAUHAUS

Il canto del cigno bianco

Bauhaus, GO AWAY WHITE. Cooking Vynil 2008   

Supporti > Che se ci pensi, la sola idea di recensire un disco di canzoni nuove dei Bauhaus nel 2008 fa venire più che piacevoli vertigini.
Che se ci pensi, l’ultimo disco dei Bauhaus è di ventiquattro anni fa, con tutto quanto c’è stato in mezzo, in Europa e nel mondo: ha fatto in tempo a esplodere il rap e a passare nei cieli la meteora del grunge, a espandersi come un morbo la fighetteria musicalmodaiola dell’emo e dell’electro, a diventare cool il prototipo del nerd sfigato e del fintodandy alla vorrei-essere-JarvisCocker. E naturalmente a propagarsi l’isteria collettiva per la musica e l’iconografia anni ’80: certo, tutti a copiare look e stilemi, pochi a vedere la sostanza delle cose, come spesso accade un po’ in tutto.
E se ci pensi dunque, né stona, né ha poco senso, che un gruppo che si è defilato dopo quattro dischi uno più interessante dell’altro e dopo aver riscosso solo le briciole della fama e del successo, eccezion fatta per il culto affettuoso e immarcescibile della falange dis-armata dei darkettoni, ritorni ora, sulla scorta di una rentrée di concerti andati più che bene tra il 2005 e il 2007 e di un ritrovato amalgama musicale (umano no, visto che dopo le registrazioni di Go Away White il gruppo si è definitivamente sciolto), passando alla cassa, senza rivendicare paternità di generi e senza necessità di fare i grilli parlanti e dire “noi c’eravamo già quando voi vi pisciavate ancora a letto” ai vari Interpol, Editors e compagnia bella, ma semmai per rilasciare ai tanti devoti amanti dei Bauhaus e a se stessi un elegante e rilassato canto del cigno.
Ecco dunque ritornare il dark glam ispirato dalla sacra triade Bowie-Trex-RoxyMusic, l’ispirazione art-rock decadente tra Wilde e Artaud, la lezione ritmica dei Devo, il tenebroso e magnetico cantato di Peter Murphy e i suoi testi a metà tra l’esoterico e il melodramma, la chitarra tamarroscura di Daniel Ash e la robotica e puntuale sezione ritmica dei due fratelli Kevin Haskins e David J.
Piuttosto equamente diviso tra brani sostenuti di matrice “rock”, nei quali pare più presente la mano di Ash, e tra i quali i più interessanti sono Adrenalin, che per quanto forse un tantino irrisolto nel suo non decollare mai mostra come, in un gioco di reciproche influenze, tra gli ascolti attuali dei quattro inglesi ci sono senz’altro certi Nine Inch Nails, Undone, con il suo uso cinematografico e vagamente alla Joy Division del sintetizzatore, la danza tribale di Endless Summer Of The Dead e il singolo Black Stone Heart, il più affine ai brani del passato, con il suo incedere nervoso e spezzato, e tra momenti più atmosferici e claustrofobici, perfetti per la teatralità di Peter Murphy e il suo cantato sempre più influenzato dalla salmodia derviscia (ormai da anni il cantante si è trasferito ad Ankara, e la musicalità mediorientale ha fatto spesso capolino nei suoi dischi solisti), quali Saved, Mirror Remains, con il suo divertente pianoforte impazzito, The Dog’s A Vapour e Zykir.
Dal punto di vista strettamente musicale, dunque, è come se il tempo non fosse passato: questo disco sarebbe cronologicamente potuto arrivare quattro mesi dopo Burning From The Inside, e non così tanti anni dopo. Ma personalmente vedo in questo un dato positivo: lungi dall’essere una manciata di canzoni senza sorprese e che ti fan pensare “è esattamente quanto mi aspettavo da un disco dei Bauhaus”, i brani di Go Away White danno quella piacevole sensazione che dà il sentirsi a casa dopo esser stati via un bel po’, e sicuramente si fa preferire rispetto al rischio, che pure poteva esserci, di trovarsi di fronte a un’aberrante operazione di lifting musicale, con suoni moderni, strizzatine d’occhio magari elettroniche e altre poco estetiche iniezioni di botox sonoro.
Un aspetto piacevole della lavorazione, poi, durata in tutto soltanto 14 giorni, e che invece altrove molti hanno considerato indice di frettolosità nella registrazione, si nota nel constatare come tutto il disco suoni estremamente diretto e poco lavorato (ma non poco raffinato): tutte le canzoni sono state incise alla prima take di registrazione, con praticamente nessuna postproduzione, tanto che qua e là si sentono i vari membri della band chiamare la fine dei brani o l’inizio degli assoli, e addirittura Murphy schiarirsi la voce, per testimoniare anche fisicamente nelle canzoni il sentimento di ritrovato feeling tra i membri del gruppo durante la produzione del disco. E se certo al giorno d’oggi la cosa pare fuori da ogni logica, in un’epoca in cui grazie ai vari ProTools si può sistemare qualsiasi cosa anche nel più casalingo dei demo, in realtà, se si pensa che per registrare il primo fenomenale disco della band, In The Flat Field, erano occorsi diciotto giorni, questa sorta di chiusura del cerchio è un’altra prova dell’affettuosità di questo canto del cigno che i quattro cavalieri di Northampton hanno voluto regalarsi.

Link: link

video: in mancanza di un video ufficiale per le canzoni del nuovo disco, lo still di Black Stone Heart:


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2008-04-15

BAUHAUS




Advert by Google
Prodotti utili per il vostro computer pubblicizzati da Google