Stephen Malkmus & The Jicks
Altalene inusuali e giochi al sole.
Stephen Malkmus & The Jicks, Real emotional trash. Domino Records 2008
Supporti >
Torna Stephen Malkmus e siamo a quattro. Quatttro dischi non sono un numero da poco, se pensiamo che i Pavement sono arrivati a cinque. E qui, in questo Real Emotional Trash, accompagnato dai fedeli e consueti Jicks, il buon Steve mette un altro tassello continuando quel percorso iniziato con l’omonimo disco del 2001, quello molto legato alla band anni ’90 (anzi, una delle band più anni novanta di tutte), legato forse per paura, per timore o per semplice bisogno di ricominciare da solo con quello che è capace di fare. Da lì sono iniziate le piccole voglie dello sperimentare (ma senza stravolgere più di tanto) e in “Pig lib” e “Face the truth” questa necessità di un cambio di rotta, seppur non totale, lo si avverte. E poi eccoci qui, a questo quarto lavoro che sembra tirare le fila di tutto, mischiando melodia e psichedelia, sussurri e grandiosi e continui assoli e riff da guitar hero. E tanta autoreferenzialità e di una sorta di classicità tutta sua. Canzoni sghembe ma molto più solide che in passato, sempre intriganti, spigolose al punto giusti, finché esce tutta la melodicità delle stesse. Non è più il Malkmus slacker dei vecchi tempi, è un cazzone quarantaduenne con una testa ben piantata in testa che sa come giocarsela e sa come e quando esagerare. E il nostro in un certo senso esagera sì, basta vedere il minutaggio di alcune tracce: i quasi 7 minuti di Hopscotch Willie e Elmo Delmo, i sei minuti e passa di Baltimore, i 5 minuti di Dragonfly Pie e Wicker Wanda e soprattutto, i dieci minuti dieci della title track! Se si fanno due conti e un piccolo confronto, nel disco precedente su 11 tracce, 9 arrivavano a malapena a 4 minuti e qualche spicciolo. Ma non è solo questione di lunghezza, piuttosto di un senso diverso di maturità. Dragonfly pie parte subito con un gran riff anni ’70 poi la parte melodica prende possesso del pezzo facendone un puzzle pazzoide psichedelico e imprevedibile. Lo stesso si può dire per Hopscotch Willie sebbene più sul versante folk rock. Bellissima e con richiami molto più pavementiani Cold son. Ecco, queste tre prime canzoni sono un po’ il simbolo entro cui si muove anche il resto del disco, e il livello è alto: Real emotional trash è un pezzo che nonostante l’alto minutaggio tiene bene grazie alle sue mille altalene, un po’ come in Baltimore e in Elmo Delmo (uno dei pezzi migliori) Favolosa la delicata Out of reaches, molto frizzante e divertente Gardenia. Un disco interessante, forse il migliore della sua produzione solista, sicuramente non facile, non immediato, ma con numerosi ottimi spunti. Un lavoro da scoprire a poco a poco.
link: link
audio: Hopscotch Willie
di: Felson
Articolo inserito il: 2008-04-20






