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PORTISHEAD – Third

Un ritorno che lascia senza fiato

Portishead, Third. Mercury/Island 2008   

Supporti > Una voce in portoghese, vagamente distorta, come se provenisse da uno speaker di una stazione ferroviaria, introduce Silence, prima e sorprendente canzone di Third, uno dei dischi probabilmente più attesi degli ultimi anni, visto che segna il ritorno sulle scene dei Portishead dopo uno iato di dieci anni, nel quale, se mai ufficialmente c’era stata comunicazione di scioglimenti, certo non erano molti i segnali positivi riguardo alla possibilità di ascoltare nuovo materiale da parte della formazione di Bristol.

E invece. Non solo questo momento è arrivato, ma ci propone dei musicisti assolutamente liberi, per niente decisi a replicare con la fotocopiatrice gli elementi sonori che avevano fatto la loro fortuna a metà anni ’90, oltre che segnare una delle innovazioni musicali più interessanti e durature di quel decennio fin troppo sopravvalutato. Niente trip-hop in senso canonico, dunque, nessuna Glory Box e nessuna foschia chiaroscurale di sorta, nemmeno quando, come in Hunter, sembrano riaffiorare stilemi del passato (ma se la voce sempre divina di Beth Gibbons indugia in birignao che hanno richiami a Dummy, la musica si muove altrove, quasi giocando a imitare i primi Goldfrapp – che a loro volta dai Portishead presero non pochi spunti – e intrecciandoli con le malinconie urbane degli Elysian Fields). Sorprendente, dicevo poco sopra di Silence, e in effetti l’aggettivo è azzeccato, per l’introduzione di un elemento prima assolutamente meno in rilievo nella musica dei Portishead: quello percussivo e ritmico. La canzone si regge infatti su un rullante impazzito e veloce tanto quanto mai ci saremmo immaginati da una canzone del trio, con la chitarra di Adrian Utley decisamente protagonista (non ricami noir come anni fa, ma presenza importante, la sua: e questo è l’altro elemento nuovo della musica della band), sia quando l’elettrica fa da contraltare alle suggestioni quasi di marca ambient/industrial di Nylon Smile, sia quando arpeggia acustica come nell’eterea The Rip (che poi però sale in crescendo, tra tastiere algide e ancora un ritmo incalzante che fa capolino).

Certo, non tutto è cambiato, rispetto al passato: la voce dolente e carica di tutta la maladie del mondo della Gibbons rimane come indelebile marchio di fabbrica, così come le atmosfere claustrofobiche partorite dalla mente di un Geoff Barlow in gran forma, notturne e ossessive quanto mai. Però, se prima erano cinematografie noir anni ’40-’50, a essere evocate dai tappeti di violini e dalle ritmiche rallentate e quasi sensualmente laide delle varie Sour Times o Mysterons, ora invece è un incubo più opprimente e destrutturato, a fare capolino, più legato a suggestioni fine ’70-inizio ‘80: emblematica in tal senso è Plastic, che ha in sé contemporaneamente il melodramma della colonna sonora di un film di Hitchcock e l’allucinazione di un live dei Cabaret Voltaire. O anche di più la tesa We Carry On, che si muove su un disturbo di sintetizzatore su cui si intrecciano una chitarra prima percussiva e poi incombente con un cattivissimo riff distorto, e una ritmica quasi motorik, attorno a cui suona ancora più inquietante e aliena la voce. Se la parentesi folk di Deep Water, tutta voce e mandolino, non riesce a tranquillizzare gli animi a causa dell’interpretazione strozzata e al limite della stonatura della Gibbons, il viaggio allucinante raggiunge abissi di ansia nella incredibile Machine Gun, personalmente la mia canzone preferita di Third: puro industrial tra i Neubauten di Haus Der Luge e i White Zombie, con il groove impresso dai campionamenti che sembra voler aggredire e lacerare il canto, prima dell’ingresso di un synth che sembra arrivare dalla sala prove dei Kraftwerk. Anche l’apparente oasi di Small si rivela un miraggio, ché a metà canzone entra un’indemoniata tarantella di organo acido, tra i Doors più drogati e i primi Pink Floyd, cui contribuisce anche la cantilena vocale. Se la splendida Magic Doors può costituire l’unico brano legato, come scrittura, ai fasti del passato (ma anche qui l’onnipresente percussività del tappeto ritmico, nonché l’inserto di tromba impazzita, eliminano qualsiasi pericolosa sensazione di già sentito), il congedo di Threads è una ulteriore affermazione di classe e eleganza, angoscioso e sabbatico il giusto, con la chitarra al fuzz di Utley, simile a una nave che prende il largo, a dire arrivederci.

Insomma, un guazzabuglio di stili e atmosfere nuove e inattese, questo Third, tutte cesellate con stile e senza perdere un grammo di personalità, e che mostrano una volta di più, ce ne fosse bisogno, che la tavolozza dei Portishead era già allora molto più ricca e variegata, delle atmosfere patinate e da colonna sonora di spot fighi dei primi dischi, e che è oltretutto l’ennesima dimostrazione, specie in questi anni di discografia impazzita, di come i buoni dischi continuino a venire da gruppi che, oltre ad aver qualcosa da dire, si possano prendere la briga di dire questo qualcosa in assoluta libertà e serenità, fregandosene di aspettative, scadenze e ritualità da un-disco-all’anno (ed esempi ce ne sono parecchi, ultimamente!).
Certamente ne valeva la pena, eccome!, di aspettare così tanto tempo per poi trovarsi ad ascoltare un capolavoro simile!

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video: Machine Gun



di: BLIXA

Articolo inserito il: 2008-04-28

PORTISHEAD – Third




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