TINDERSTICKS
Malinconia, portami via.
Tindersticks, The Hungry Saw. Beggars Banquet 2008
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Con le occhiaie ancora più evidenti, e la zazzera più corta, ma brizzolata quasi più di quella che esibisce Morgan a X-Factor, torna la bruma (in)dolente di Stuart A. Staples e dei suoi Tindersticks, che si riuniscono, un po’ a sorpresa e un po’ in sordina, per dare alla luce The Hungry Saw, a cinque anni di distanza da Waiting For The Moon, l’ultimo loffio disco della band, e dopo che il tenebroso frontman ha licenziato due dischi solisti, il secondo dei quali si era peraltro rivelato un possibile segnale a una reunion, visto che aveva visto la partecipazione di altri tre ex-titolari del progetto-Tindersticks.
Diciamo subito che questa rentrée nulla aggiunge e nulla toglie a chi i Tindersticks li conosce già, ché i marchi di fabbrica rimangono quelli: sad-core composto da un’oncia di pop orchestrale, una di folk e un pizzico di country e attitudine orchestrale a insaporire il tutto, seguendo un filo logico che parte da Scott Walker e arriva a certi inasprimenti alla Morphine, non trascurando lungo la strada Cohen, Cave e il Bowie di Hunky Dory, per un mondo notturno e oscuro, irrimediabilmente dimesso, e triste di rimpianto, più che di un presente che affligge, ma segnato da timide aperture di solarità quasi alla Bacharach (in questo disco tale compito è assolto da The Flicker Of A Little Girl, primo singolo estratto, e dalla title track, in cui c’è addirittura qualche sample ritmico), su cui, melliflua e vellutata, si adagia la voce baritonale, sempre controllata eppur appassionata, di Staples.
Quello che però si può constatare è che, rispetto almeno alle ultime tre prove del gruppo, ovvero dai dischi successivi a quel Curtains che fu probabilmente il momento più compiuto della loro carriera, il periodo di pausa creativa ha giovato, ai Tindersticks, allontanandoli da quei manierismi di se stessi che parevano essere diventati la fatale empasse creativa per Staples e soci, e che qui invece paiono quantomeno metabolizzati, se non superati, consentendo alla band di regalarsi e regalarci dei brani più compiuti, in cui viene lasciata da parte una certa pomposità orchestrale, fin troppo presente negli ultimi lavori, a favore di una essenzialità più efficace, nel mettere a fuoco i brani, che trova un esempio in The Other Side Of The World e nella conclusiva, e bellissima, The Turns We Took.
E poi che l’influsso francese, che aleggiava sottotraccia fin dalle collaborazioni con la regista transalpina Claire Denis, per la quale i Nostri hanno scritto due colonne sonore in passato, qui, chissà magari anche per la frequentazione di Staples con Yann Tiersen, si respira ancora maggiormente, soprattutto nei due strumentali Intro e The Organist Entertains.
Diciamo che probabilmente quello che manca qui, rispetto ai primi tre capolavori della band, è quella malattia e quel pathos, quella tensione, che aleggiavano plumbei e un tantino opprimenti in quei dischi, e che il disco parte bene ma si sfilaccia dalla metà in poi, perdendo un po’ il filo con delle canzoni tutto sommato non indimenticabili (vedi Boobar), ma che ad ogni modo The Hungry Saw, peraltro quanto mai disco del tutto fuori moda, nel 2008 (ma i Tindersticks erano fuori moda già nel 1993), è senza dubbio un’ottima prova di artigianato pop alla vecchia maniera. Nonché un buon viatico di avvicinamento per chi non conosce la band e voglia entrare nel suo mondo, anche se poi vale la pena approfondire senz’altro, ripeto, con i primi tre lavori.
Meno catchy dei Cousteau, meno dandy dei Divine Comedy, e anche meno straziati dei Tindersticks di un dì, ma ugualmente spezzacuori e coccolosi.
link: link
video: Intro.
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2008-05-08






