BLOOMRIOT > Sentito > IN PRINCIPIO ERANO LE OMBRE

IN PRINCIPIO ERANO LE OMBRE

CORTE DEI MIRACOLI - SIENA

BACHI DA PIETRA-IN PRINCIPIO ERANO LE OMBRE, .    

Live > In principio erano le ombre,
il tempo era fermo e noi non eravamo.
Ora il tempo è fermo e noi non siamo.
Ma virando dal senso puoi sentirci esistere
forte al punto da voler tornare
fonte in abisso come in origine,
netto e labile: bidimensionale.

Le parole di Giovanni Succi strisciano sul buio e ci conducono nella dimensione obliqua di questo spettacolo interattivo.
“In principio erano le ombre” torna ad esibirsi, dopo la prima riuscitissima performance a Firenze, nel Dicembre 2006, insieme a IG (Ivana Gatti e Gianni Maroccolo).
Il progetto nasce dall’incontro tra Béatrice de France, pittrice francese - nata in Nuova Caledonia ed ebanista di formazione - attualmente operante a Firenze e Marco Ortolani Kuemmel, batterista dei Leanan Sidhe.
Ogni evento è unico: installazione temporanea, dove la pittura si sviluppa a partire dalla musica.
La corte dei Miracoli a Siena la location che la ospita. I Bachi da Pietra, Bruno Dorella (Ronin-Ovo-ex Wolfango) e Giovanni Succi (ex Madrigali Magri) i compagni di questa nuova avventura.
L’edificio è un ex ospedale psichiatrico, situato alle spalle di quello ancora in funzione, se possibile più inquietante, nel suo lindore formale.
La corte dei Miracoli occupa una porzione dell’antico edificio: materia che si disgrega – pietra – ferro – vetro. Un glicine sfarzoso ricopre le rovine, l’odore disperatamente acuto e il lilla algido dei grappoli, avversano l’ocra delle mura in putrefazione. Macerie umane tornate nella terra.

Luci accese nelle stanze animate da nuovi corpi. Plenilunio a illuminare lo scempio di carne e sangue che le stanze dalle grandi finestre ai piani superiori, hanno per troppo tempo celato.
Béatrice de France esce dal buio. Accende una lampada ad olio e inizia la sua ricerca tra i volti dei presenti.
Grandi tele bianche rivestono il palco, occultandolo. Altre tele ai lati del locale: il pubblico ne è avvolto.
Posa la lampada e inizia a tingere la tela di gesti: il pennello segue percorsi misteriosi, tra le sue setole il colore si rinnova in scie oscure che si illuminano a tratti di uno scolorire progressivo. Un tocco di blu, qualche graffio rosso, poi protagonisti assoluti il marrone, il nero.
Il suono dei Bachi da Pietra è un impasto di terra e ossessione, l’incedere marziale della batteria conduce il lamento straniante della chitarra, mentre la voce gutturale narra vicende di umani limiti che non sono confini ma ponti tra le storie. Sospiri grevi si levano dalle ombre dietro la tela principale davanti al palco.
Béatrice ha posto il suo sguardo d’ombra sull’ospedale questa sera e la sua nera luce riemerge in pozze di non colore che materializzano sulla tela le grandi finestre dell’istituto.
Tre aperture segnano il limite invalicabile di un interno vuoto.
La luce cola dalle finestre in onde rapprese di perla liquefatta.
Al centro della stanza, su di un suolo che non esiste, quasi sospesa in orizzontale, prende forma una figura umana ambigua, dal volto di grazia e ferocia, lunghe mani abbandonate sul corpo diafano, lineamenti appena accennati, così forti da rimanere scolpiti sulla pelle

"Ofelia vuol sapere da che parte girare ha una lunga ombra in mezzo giorno pieno quando il tempo soffia
raso al suolo squassato trame alla sua già scomposta vita infila:
piani scordati e sottoscala e solai
vorrai
vivere ancora per morire ancora come bere ancora per fumare ancora come alzarsi ancora e ricadere sola. riempi il vuoto e svuota.
riempi il vuoto e svuota.
ofelia “

Uno schizzo di materia evoca la Ofelia cantata dai Bachi.
Galleggia, mollemente adagiata sul vuoto. Il suo sguardo è disciolto dal dolore che l’ha ammalata: ne siamo contagiati.
Lo stesso male che le mura dell’istituto trasudano, impregnate degli umori di donne e uomini che la sofferenza ha reso esuli forzati.
Qui il colore è silenzio, la stanza dipinta sulla tela è appena sfiorata dalla luce:
i riquadri opalescenti delle sue finestre si riflettono sul pavimento, senza illuminarlo.
Poi pennellate decise verticali, quasi colonne a sostenere il peso di tutta quell’angoscia.
E gambe, braccia, mani tutte intorno, che vengono calcate di colore fino a divenire supporto di quel corpo abbandonato o forse lo circondano per trascinarlo nella terra. Non è dato sapere cosa vi sia all’esterno di quelle finestre. Tutto è immaginabile, nulla è reale.
Note ossessive, claustrofobiche, echi di legni, pelli e corde rimbombano nel vuoto e si rigenerano, colmandolo di un nero bronzeo. Non c’è consolazione. Non ci sono alibi. Siamo nudi, gli uni di fronte gli altri. Ci scopriamo esponenti di una stirpe confusa:

“socchiusi gli occhi sto disteso nel trifoglio
vedo un quadrifoglio che non raccoglierò
saluta la salute borghese con i tuoi 21 anni e muori
dai la vena antilirica alle tue intossicazioni
tutto il ciarpame è così caro alla tua musa
noi di una stirpe logora noi di una
ma tu non capisci e sorridi e pensi che io sia malato
io sono malato
ma sarà dolce cantare vecchie canzoni e non seguirne il senso
sono di una
stirpe confusa”

Una dimensione inesplorata entra a far parte dell’universo delle ombre, quella della parola. Parola che si sporca di suono, materia e colore.
Succo catramoso discende gole. Filtra e contamina. Voce che va a ritroso nelle cavità che l’hanno vista nascere. Implode in deflagrazioni sorde nelle profondità toraciche. Qui libera parole che si intersecano nel tessuto blues della musica. Un blues arcaico, delle origini. Scarno e cupo, lama che stride su di un corpo ferroso arrugginito dai succhi biliosi di antichi spiriti. Quelli dei bluesmen primigeni che guidano i gesti dei corpi sugli strumenti.
Persi in una danza ipnotica alla fine del tempo che ci conduce all’inizio del tempo, in un cullare sciamanico di ritmi ora trascinati, ora ossessivi. Tutta la musica del mondo e la sua negazione.
Il rito della parola e del suono si compie e si rinnova. Scandisce il tempo del dolore e quello della cura.
Il pennello si inerpica sulle increspature della tela: ombre improvvise sulle trasparenze di ambra.
Il trascinare lento delle setole è suono tra i suoni, in questa cattedrale abbandonata, dove l’eco della terra si condensa in onde di istinto primordiale e in lucida follia. Si scende, si sprofonda, si scava. Per riemergere nella materia plasmata dallo sguardo di Béatrice.
Infine prende forma una donna racchiusa in un bozzolo.
Il taglio della tela sul palco è l’ultimo atto.
La peculiarità di questa performance sta nella capacità di rinnovarsi ad ogni evento, nel produrre senso artistico e umano in qualunque sito, cogliendone lo spirito e facendone espressione. Installazione temporanea, si diceva. Che stratifica però materia sensibile sul suolo a volte sterile delle nostre umanità.
.
Loredana Sparvoli


di: Lory

Articolo inserito il: 2008-05-10


BACHI DA PIETRA-IN PRINCIPIO ERANO LE OMBRE


BACHI DA PIETRA-IN PRINCIPIO ERANO LE OMBRE




Advert by Google
Prodotti utili per il vostro computer pubblicizzati da Google