La bellezza è stonatura intensa
Intervista a gianCarlo Onorato
gianCarlo Onorato, .
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gianCarlo Onorato è uno dei personaggi più emblematici ed affascinanti del panorama artistico italiano. Originale musicista e compositore di canzoni, fine letterato, pittore visionario. E ancora produttore artistico e organizzatore di eventi culturali. Una creatività volta ad esplorare le insondabili, profonde relazioni tra sacro e profano. Dimensioni che nella sua opera si nutrono della stessa elegante perversione, della stessa inquietante estasi. Afflizione che rigenera. Quiete che provoca turbamento.
Dagli esordi con gli Underground Life nei primi anni ’80, alla carriera solista (“Il velluto interiore” -1996, Lilium/Bmg , “Io sono l’angelo” - 1998, Lilium/Sony , “Falene” - 2004, Lilium/Venus), alla produzione letteraria ( l’esordio del 1988 con il romanzo “Filosofia dell’Aria” , il racconto “L’Officina dei Gemiti” del 1993, i racconti “L’ubbidiente giovinezza - racconti di luce” del 1999 ) che approda al suo punto più alto nel romanzo “Il più dolce delitto”, pubblicato nel marzo 2007 per Sironi Editore. Un percorso artistico di rara intensità. Prezioso nel suo immergersi sensuale e raffinato nelle torbide acque dell’umano delirio.
Cominciamo dalla tua ultima opera, il libro “Il più dolce delitto”. Come ti chiederebbe un editore al quale tu dovessi presentare il tuo scritto per la pubblicazione: qual è il tema del tuo libro?
gianCarlo: Volendo definirlo in due parole, credo di poter dire che “Il più dolce delitto” è un libro sul bisogno di liberazione totale da quelli che sono i nostri limiti, i nostri confini. Ovvero sulla necessità di accogliere la nostra natura anche negli aspetti più estremi, più oscuri e dolorosi. E’ uno sconfinamento, vissuto dal personaggio principale, Marlo, graziato in una certa misura dall’altro personaggio, Geli, la creatura che è forse la chiave di volta del suo percorso umano. Il personaggio che io ho creato, questo ispettore sanitario psichiatra, Marlo, grazie a Geli riesce ad andare nell’oltre che ha sempre intuito, subodorato in se e nelle cose, ma che non ha mai avuto la possibilità o forse il coraggio di andare a visitare.
Il romanzo racconta appunto di un giovane psichiatra che viene inviato come ispettore in una clinica svizzera, nella quale si sospettano soprusi, plagi e violenze sulle pazienti. Qui incontra Geli, una delle ospiti, questa strana creatura con la quale si instaura immediatamente una forte empatia. Fin dalle prime righe si comprende che il dott. Marlo vede in Geli il proprio alter-ego, o meglio il materializzarsi del proprio male interiore.
Vuoi parlarci di questo particolare, intenso rapporto tra i due personaggi? Mi ha colpita questa frase: “Ho bevuto la tua angoscia come fosse un bicchiere di latte impuro e sconosciuto” .
gianCarlo: Ho inteso descrivere questo rapporto, che non è una relazione tra amanti, non soltanto, non come priorità. E’ una sorta di mescola, di confusione di elementi che sono chimici, psichici, sono volizioni.
In occasione di un’intervista mi è stato chiesto, con una certa sicurezza, se non si trattasse dell’ennesimo romanzo sull’amore: io questo lo nego. Il mio è, se possibile, un romanzo sul superamento dell’amore, perché Marlo vede in Geli quel valore aggiunto che gli permette di oltrepassarsi, di scandagliare le zone più recondite della sua interiorità. Geli, pur vissuta come un malanno intenso, non è una malattia. Lei è il superamento stesso della malattia. E’ una maledizione talmente profonda che fa il giro di se stessa e diviene redenzione. Per raccontare queste cose che non sono se non intuizioni su quello che può essere il rapporto con se stessi, ma anche il rapporto con l’altro e il fatto di poter utilizzare l’altro come opportunità per scardinarsi e per demolire le chiusure di cui siamo vittime e quindi malati, occorre la volontà di andare molto fuori da quelli che sono i ruoli, gli schemi, i rapporti di età. Il rapporto tra Marlo e Geli è uno scardinamento reciproco. Solo che lei è già scardinata, di natura, lui invece si trova ad un limite. Oltrepassarlo significherebbe fare un salto nell’assoluto vuoto della rivisitazione di se stesso. Geli gli da quell’ultima spinta di cui lui aveva probabilmente bisogno.
“Hai rotto tutto, sei andata oltre, tu l’hai avuto il coraggio completo dei tuoi desideri. Tu si mi insegni a cambiare le regole.”
Abbiamo parlato di questa forte necessità di mettere in discussione il concetto di normalità. Nonostante l’argomento sia forte, la relazione tra questo psichiatra trentasettenne e la sua paziente quindicenne, il libro non scade mai nella morbosità. C’è un equilibrio delicatissimo, ma perfetto, tra lecito e illecito.
Qual è il confine, se ce n’è uno, tra la sacrosanta esigenza di esprimere la propria interiorità, i propri desideri e l’altrettanto sacrosanta necessità di non prevaricare la libertà e la dignità altrui?
gianCarlo: Io me lo chiedo in continuazione. In realtà il pensarci è il vero senso di ogni rapporto autentico. Il chiedersi che cosa ci aspettiamo in fondo da esso. Un rapporto per definirsi tale non deve essere ordinario, ma piuttosto un’esperienza che ci mette in discussione realmente, che ci vivifica e che forse pure ci annulla. Deve poter azzerare, distruggere e ricostruire. Nel confronto tra due individui, qualunque sia la loro natura, se non c’è l’estremo di un abbattimento, di una sorta di distruzione, ma c’è soltanto il rapporto tra due alterità che si fronteggiano in maniera egoista ed istituzionalizzata, non c’è vero confronto. Credo che il senso di andare al di là delle cose, pur rispettando il limite tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, sia proprio il rispetto che si ha per se stessi. Avere un seppur labile ma perennemente vivo rispetto di se stessi e della propria natura, permette di averne anche per l’altro. Marlo è sempre sul limite di una violenza, di un inquinamento, di un’azione illecita, di un fuori ruolo, però riesce sempre a mantenersi da questa parte, grazie al rispetto che ha di se stesso, che finisce per diventare rispetto di quella creatura, così apparentemente fragile. O meglio, Geli è talmente scardinata, da diventare campo sicuro, luogo dove tutto è lecito: per lei ormai non ci sono più come, dove, quando, perché. Tutte cose che da una parte spiazzano Marlo, dall’altra preparano il terreno per questa mescolanza, confusione, unione. Che è unione chimica.
Vorrei soffermarmi sul concetto di bellezza: nel libro poni l’accento sull’immagine di bellezza stonata: “la bellezza è stonatura intensa”. Mi piacerebbe che tu approfondissi questo pensiero.
gianCarlo: Questa domanda mi fa molto piacere, perché noi viviamo più che mai immersi nella convinzione che il bello sia qualcosa che riguardi l’armonia delle forme oppure, nella società, l’adeguamento a stili, a comportamenti, a categorie, a ruoli. Come nel caso della penetrazione tra due individui diversi, mi sembra di poter dire che la bellezza riguardi più da vicino la stonatura. Credo che una persona bella, così come una situazione bella, sia compiutamente tale, quando contempli anche l’umanamente difettoso, quando in una somma di armonie si riesca ad osservare anche qualche disarmonia. Quella particolare nota amara. Così ho descritto una creatura che per certi versi è desiderabile: è bella fisicamente ma è anche deturpata fisicamente. Credo che questo sia esattamente il mio concetto di bellezza. La vita per essere autenticamente tale deve contenere i due elementi contrastanti: non c’è mai bellezza assoluta quando c’è compiutezza di forme. Mi viene in mente una vita perfettamente regolata con ruoli ben precisi, incanalata su binari predefiniti: non può essere una vita bella. La vita è qualcosa che deraglia: solo così comincia ad essere interessante.
Il personaggio principale è il dott. Marlo, la voce narrante, ma credo che le vere protagoniste siano le figure femminili, che brillano per complessità psicologica, ricchezza o anche per mancanza di umanità. Personaggi forti, pur nella loro straniante fragilità. Quelle maschili (a parte il protagonista) sono invece figure sbiadite, mediocri, stupratori in ogni senso, del mondo femminile.
gianCarlo: Si, questo per necessità narrativa. Ho voluto iniziare il romanzo descrivendo il protagonista in uno stato d’animo stravolto. Il romanzo si apre con la soggettiva deformata dell’avvicinamento di Marlo verso Geli, perché volevo rendere immediatamente chiaro che si tratta di una narrazione vissuta assolutamente in soggettiva. Marlo vive tutta la sofferenza umana, professionale, sensuale, sessuale, unicamente in maniera auto elettiva. Perché Marlo è in prima persona un disturbato. E volevo che il disturbato fosse lo psichiatra, non per aderire al clichét del medico malato, ma perché credo che la condizione fondamentale per comprendere, accogliere e medicare la malattia, sia l’essere malati. Non può esserci rimedio alla malattia, senza compartecipazione, comprensione della malattia stessa. Chi crede di medicare a priori, al di fuori della deformazione, credo sia un illuso. Se non c’è conoscenza profonda, che vuol dire aver provato la sofferenza, non c’è principio medico che valga. Il fatto di aver scritto di un personaggio malato, che poi mi rappresenta quasi in tutto, mi ha dato la possibilità di creare una figura appunto auto elettiva, che osserva il mondo delle donne, ovvero ciò che lo entusiasma di più, che lo commuove di più. Mentre l’umanità maschile, inserita in quel contesto sociale e culturale (stiamo parlando della fine degli anni sessanta, in Svizzera) è necessariamente sbiadita, vanificata: perché si capisca bene che s i tratta di un viaggio di Marlo all’interno della propria emotività, della propria esaltazione mentale e sensuale. Le altre figure sono marginali, anche quando sono vagamente positive. Penso ad esempio a una certa rettitudine del direttore dell’istituto, che è un perdente si, ma comprensivo. Mentre sono dei falliti totali gli altri medici della clinica, in quanto credono di essere davvero la medicina. E proprio in questa certezza assoluta sta il loro fallimento.
Altra protagonista del romanzo credo sia l’infanzia, l’adolescenza. Ci sono diversi riferimenti al mondo dell’infanzia, la stessa Geli è un’adolescente. C’è una frase in particolare che vorrei tu commentassi: “…il piacere rubato e malato che abbiamo voluto chiamare infanzia…”
gianCarlo: Credo che l’infanzia sia il momento in cui si condensano tutte le pulsioni più profonde di quello che sarà in futuro l’adulto. Anche questo è un tema stranoto. Però non so quanti di noi abbiano avuto la voglia o il coraggio di mantenere vivo un legame con quanto è stato il nostro sentire di bambini. Non mi riferisco al bambino come concetto integro, puro, lontano da ogni sorta di alienazione e di contaminazione. Parlo del bambino come di una spugna, come di colui che riesce veramente a recepire il massimo della sensibilità e anche della sensualità. Ricordo la mia infanzia come la somma di tempeste di ogni tipo. Il mondo era una tempesta continua di avvenimenti, di sollecitazioni, di negazioni. Tutto questo mi ha portato a convincermi che un’infanzia vissuta intensamente è una profonda esperienza di malattia. E come in tutte le malattie, noi ci ritroviamo ad avere una grande vulnerabilità ma anche una esaltata percezione delle cose, una grande sensibilità. Penso che i momenti più alti e più intimi della mia vita da adulto, mi creino un ponte immediato con il bambino che ero.
La storia è ambientata nel ’68, anno di grandi cambiamenti nella società e nel mondo. Non a caso, visto che proprio in quegli anni si cominciò a mettere in discussione una concezione vecchia di medicina e di psichiatria che portava alla violenza fisica e psicologica sui pazienti nei manicomi.
Credi sia cambiato realmente qualcosa oggi, rispetto ad allora, in relazione anche alla nuova ondata di conservatorismo che ci sta interessando?
gianCarlo: Nel rapporto con il malato con un disagio mentale, credo siano state ormai imboccate delle strade di non ritorno. Non mi pare sia possibile la ricomparsa di quella gerenza fine a se stessa, di cui erano vittime alcuni malati nelle decadi passate. Semplicemente perché c’è maggiore consapevolezza di ciò che è malattia ed anche quella mentale è considerata in maniera diversa. Forse occorrerà fare i conti con il fatto che oggi, più che in passato, siamo un po’ tutti malati di mente, lo riconosciamo ormai. Si è costretti quindi a fare un distinguo tra chi è veramente malato e chi non lo sarebbe. Ciò che sopravvive di quegli anni, dei quali ho scritto nel libro, è il concetto di malato come carne usabile, come essere inferiore da trattare dall’alto in basso, come un essere che non guarirà mai, comunque. Questo sopravvive nei rapporti di forza che ci sono in tutte le società e anche nei microcosmi, come le famiglie, le relazioni uomo-donna, i rapporti tra individui. In tutti questi casi permane l’ineludibile gioco dei ruoli tra chi obbliga e chi è obbligato, tra chi comanda e chi è comandato. Questo, fra l’altro, è uno dei sottotemi del mio romanzo, nel quale vige costantemente la rappresentazione di chi sta sotto e chi sopra a condurre il gioco: accade tra le pazienti e i medici, tra Marlo e alcune delle sue amanti, tra Marlo e gli altri medici, accadrà tra Marlo e la società che eserciterà questo tipo di pressione su di lui.
Il romanzo è caratterizzato da una incredibile, costante tensione emotiva, alla quale contribuisce l’uso di strategie come il cambio repentino dei tempi all’interno dello stesso capitolo o addirittura della stessa frase, l’alternarsi della voce narrante (prima e terza persona), il disvelamento dei personaggi solo a metà o a fine capitolo, il fatto che i personaggi nascano e si sviluppino pressoché totalmente qui, sembrano non avere un passato. Per non parlare poi della scrittura di una bellezza, di una ricchezza poetica inconsuete nel panorama letterario attuale, a dimostrare una consapevolezza e padronanza dei mezzi espressivi. C’è poi la psichiatria.
Tutto ciò non è certamente casuale: come ti sei preparato alla stesura di questo libro?
gianCarlo: Il romanzo è nato quando vivevo in Svizzera, una decina di anni fa. Mi ero preso un lungo periodo da trascorrere in quei luoghi. Anche se il mio rapporto con quel paese è nato ancora prima: ho cominciato a frequentarlo a ventuno-ventidue anni. Il disco più importante che ho fatto in giovinezza, con gli Underground Life, è stato realizzato li. E proprio in Svizzera mi è nato il rapporto con quella sorta di assenza sospesa che si avverte soprattutto nella zona tedesca: San Gallo, Zurigo, Lucerna, Basilea. Sono città che ti stimolano particolarmente sul piano dei movimenti interiori, perché in quel tipo di società, contrariamente a quanto avviene in Italia, hai una grande opportunità di stare con te stesso, di fare lavoro di introspezione. Ho cominciato a scriverlo molti anni fa e poi questo romanzo mi ha sempre seguito. Ovunque andassi ho sempre portato dietro i miei fogli che poco a poco prendevano forma. Chi mi conosce sa che negli ultimi dieci anni ho sempre viaggiato con il mio dattiloscritto in valigia. Tuttavia ho dato al romanzo una forma compiuta negli ultimi otto mesi. Lo scritto è stato accolto dall’editore (Sironi n.d.r.) in corso d’opera, non ancora completato. Il direttore di collana Giulio Mozzi, mi ha incaricato ufficialmente di finirlo perché voleva pubblicarlo. Così mi sono finalmente ritrovato a guardare in una sorta di obbligatoria panoramica, tutto quanto avevo messo insieme, per arrivare al dunque, in breve: otto mesi sono pochi per riuscire a chiudere un romanzo, soprattutto se hai impiegato otto anni a scriverlo. Quindi la prima parte è frutto di un lavoro lungo anni, la seconda di una elaborazione avvenuta successivamente, di un confronto molto diretto, immediato, direi viso a viso con il mio lavoro. L’amore per la psichiatria è sorto lavorando al libro. Mi ha conquistato perché ho scoperto essere una scienza strepitosamente inesatta, ricca di lacune ma anche di meandri inesplorati, di universi non penetrati ancora. E’ una fonte inesauribile di spunti per raccontarsi e per raccontare la vita. Forse non c’è argomento a me più caro. Non la vedo come una disciplina medica ma come uno strumento per un’indagine all’interno di se stessi. E del mondo, che è somma di individui che vivono ingabbiati all’interno della propria psiche: il mondo non esiste oggettivamente, esiste soltanto nella dimensione soggettiva. Questa e altre ragioni hanno fatto si che io, dovendomi confrontare con il sistema sanitario elvetico degli anni sessanta, volendo approfondire determinate patologie, o meglio volendole avvicinare, ho finito per studiare a fondo questa disciplina. Impiegare molto tempo a scrivere un romanzo torna utile se nel frattempo stai studiando. Finché non ho trovato l’editore giusto non avevo alcuna fretta di concludere il romanzo. E credo che questo sia proprio il modo migliore di lavorare ad un’opera: la fretta è il maggiore nemico di qualunque arte.
Una curiosità: cosa pensi del dilagare di musicisti-scrittori e più in generale del dilagare di scrittori, considerando il fatto che nel nostro paese ci sono pochi lettori?
gianCarlo: Avere voglia di cimentarsi con la propria creatività ,credo sia una dimensione bellissima ed è auspicabile che sia sempre più estesa. Temo però che oggi non sia diffusa tanto la creatività, quanto piuttosto il desiderio di apparire a tutti i costi. Abbiamo tutti quanti uno spasmodico bisogno di sentirci protagonisti e allora scrivere, fare musica, fare cinema, fare televisione, tutto ciò che possa farci apparire, diventa un passaggio obbligato. Questo per quanto concerne il dilagare della tendenza a scrivere e fare musica. Per quanto riguarda più propriamente la scrittura, il discorso è più spocchioso: crediamo tutti quanti di avere qualcosa da dire in letteratura, che è uno dei più grandi miti che esistano, forse il più grande, da un punto di vista intellettuale. Pochissimi trovano affascinante o opportuna l’idea di dedicarsi completamente alla pittura, ad esempio. Moltissimi invece lo fanno con la letteratura. Così questa disciplina che è deturpata da una schiera di dilettanti non può che subire dei contraccolpi. In realtà a subire sono per lo più color o che hanno veramente qualcosa da dire. Ci perdono tanto sia i lettori autentici, che dovremmo essere tutti quanti noi, sia gli autori autentici, il cui numero non è mai aumentato: nel diffondersi di coloro che scrivono, il numero di scrittori veri si mantiene in una percentuale alquanto bassa.
Il tuo ultimo lavoro discografico “Falene” è un’opera importante, che si discosta dall’attuale produzione discografica per una serie di ragioni. Innanzitutto ha avuto una lunga gestazione, di tre anni ed è il frutto di un lungo lavoro di attenzione poetica sui testi, di cesellatura sugli arrangiamenti. In controtendenza rispetto all’attuale sovrapproduzione di dischi dal dubbio valore, realizzati in tempi brevissimi per rispondere alle esigenze di mercato: nulla a che fare con l’Arte dunque!
In una precedente intervista hai affermato che in tutto questo fare e disfare per poi tornare al punto di partenza non vi è nulla di artificiale, non c’è costruzione, si tratta piuttosto di composizione. Ma l’arte non è forse artificio?
gianCarlo: L’arte è senz’altro artificio, dobbiamo accogliere l’idea di arte come l’artificio più ben accetto da tutti. Però occorre distinguere: un elaborato, quale può essere un disco, un film, un romanzo o un dipinto, si compone di tanti tentativi. Quindi di una fase di realizzazione per poi concedersi anche il dubbio, che è benefico, è il contraddittorio importante, il vero arbitro che il creativo ha dentro di sé e che gli permette di dire che così non va, che non è esattamente quello che voleva. Nel momento in cui ci si fa bastare quel poco che si è realizzato, si è persa in partenza quella scommessa che è tipica di qualunque opera creativa. L’arte, in quanto artificio è una sfida, è la sfida della creazione. Forse ha più senso parlare di composizione più che di creazione: un compositore o un autore di canzoni o un romanziere, quale io sono, non inventa nulla, ma semplicemente assembla degli stimoli, degli impulsi che gli sono venuti dalla sua esperienza. La sensibilità diventa una multiforme antenna con la quale captare i segnali per poi farli propri e successivamente partorire la propria visione della realtà, che è una visione assolutamente soggettiva. L’arte è comunque artificio ma bisogna avere il coraggio di visitarsi e di frequentarsi molto intensamente e il risultato del tuo pensiero è tanto più valido quanto più è passato attraverso tutta una serie di contraddizioni e rielaborazioni. Quando guardo un film di Wong Kar-Wai ad es., si vede il corso dell’opera, si leggono le diverse stratificazioni dell’opera. Tutta l’applicazione, tutto l’amore che l’autore ha dovuto trasfondere in questo lavoro. Comporre non è mai una passeggiata, è sempre uno sforzo straordinario, in cui metti in discussione te stesso.
Il disco è in perfetto equilibrio tra la tensione straniante del rock ed una struggente melanconia delle orchestrazioni tipiche della grande tradizione autorale italiana. Credo però che con questo disco si vada al di là di questo: si dà nuovo impulso, nuova vita alla classica forma-canzone. E’ uno di quei dischi che segnano il passo, dal quale non si torna indietro. Si va nella direzione che porta al superamento degli steccati dei generi musicali, qui utilizzati (dal rock, alla bossanova, alle ballate oscure) per creare le diverse ambientazioni dei dodici brani presenti sul disco, per visualizzare le suggestioni che si vogliono evocare.
Se dovessi trovare una definizione alla tua musica parlerei di musica figurativa, sei d’accordo?
gianCarlo: Si. Sono d’accordo.
Mi sembra che il libro ed il disco, pur essendo usciti a tre anni di distanza l’uno dall’altro, siano complementari: pur raccontando storie diverse, presentano le stesse atmosfere, lo stesso senso di leggerezza e inquietudine, luce e oscurità, maledizione e redenzione, purezza e torbidità, come se fossero il frutto di uno stesso momento della tua vita, dello stesso percorso di vita…
gianCarlo: Io cerco di far assomigliare alla mia vita, ciò che scrivo. In realtà non è un tentativo: il fatto è che nella mia vita non c’è un vero punto di distacco tra quella che è la mia attività ideativa e quella che è la mia realtà. Di questo vado molto fiero perché da ragazzo credevo che un giorno avrei potuto dire “sono abbastanza famoso per quello che ho fatto”, invece con il passare degli anni mi sono reso conto che non mi interessava affatto diventarlo (famoso) e che anzi, tutti i miei amici che lo sono diventati più di me, attualmente vivono tutto sommato molto peggio di me. Così ho capito che la cosa più importante è che ci sia una continuità tra la tua opera e la tua esistenza. Sono sì una persona molto serena, ma anche molto inquieta, che percorre tragitti sempre diversi rispetto alla norma, che ama i percorsi differenti. Questa sorta di perversione che anima tutte le mie cose, necessariamente vive nelle mie opere. Penso che fare un disco debba essere un fatto di leggerezza e comunicazione, ma anche di cupa introspezione. Quando c’è introspezione c’è sempre dolore, si naviga in acque difficili. Quando c’è sfogo e apertura verso gli altri, allora c’è leggerezza. Quando un’opera riesce a contenere entrambe le dimensioni, credo possa essere sufficientemente rappresentativa della realtà.
Nella tua produzione artistica c’è anche e c’è sempre stato, uno sguardo politico sull’attualità:nel libro la pagina dedicata all’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, nel disco la canzone “Pace di guerra”. Potresti commentarne questo verso: “brucia come petrolio questa europa riunita, questa pace di guerra che fa ancora morire”
gianCarlo: Questa è una di quelle frasi che ti vengono come un flusso di pensieri. Falene è uno di quei dischi che è stato scritto in uno slancio unico, testi e musica. Anche laddove il testo non era mio (ci sono un paio di brani in cui le liriche sono integralmente di Anna Lamberti Bocconi), io ho concepito di slancio, di getto la musica, perlomeno nella sua struttura portante. Così anche le canzoni come “Pace di guerra” vivono all’interno di una sorta di altra dimensione nella quale ti cali quando stai scrivendo. E’ come se il concetto che tu esprimi, ti abitasse tuo malgrado, a tua insaputa. Sentivo la necessità di una canzone rivelata, che parlasse di ciò che tutti noi vediamo nella realtà ordinaria, però mutuandola attraverso un fattore profondamente umano. Non si può leggere una società, non è possibile affrontare un dato politico, senza passare attraverso la soggettività. Io non credo ai teorici della società o a coloro che si occupano di politica, della cosa pubblica, laddove non ci sia adeguata attenzione per il singolo, per la persona. Quindi la mia politica parte proprio dal soggetto: “Pace di guerra” è forse la canzone più politica del mio repertorio, ma lo è in quanto dramma personale. Ed è l’unico modo che io conosca per fare politica.
In principio erano gli Underground Life, che sono stati tra i primi, insieme a Litfiba, Diaframma, CCCP, ecc. a sperimentare questa commistione, pressoché inedita, di rock e lingua italiana, con testi che si discostavano dalla tradizione cantautorale italiana. Sono stati tra i fautori della nuova scena alternativa dei primi anni ’80. Quale credi sia il lascito di UL nella musica italiana?
gianCarlo: Il loro lascito principale è nell’approccio al fare musica in questo paese. UL è stato un gruppo che ha avuto il coraggio del passo, un passo di autodeterminazione, di autogestione. Una scelta per così dire politica, dettata dal fatto che in un paese immobilista e immobilizzato, la prima cosa che si possa fare è partire da se stessi e avere il coraggio di fare qualcosa, di muoversi. Questo è il dato storico, quello cioè di essere stati fra i primi ad aver cominciato qualcosa che successivamente è dilagata, ma che è anche degenerata, e a volte migliorata. Che si è frastagliata. Il secondo aspetto credo sia quello di aver avuto un certo approccio poetico, non tanto nella forma, quanto nella sostanza. La voglia quindi di mettere una poetica nella dimensione canzone, senza doversi rifare alla tradizione già assodata, ma anche un po’ scaduta ai tempi, mi riferisco al cantautorato e alla canzone impegnata. Allora ero un ragazzino che ricercava una propria poetica: questa ricerca si sente in quelle canzoni così acerbe, così fuori da ogni tempo e da ogni ordine e, qua e la, si intravede una poetica.
In che modo invece gli UL hanno segnato te, dal punto di vista umano e artistico?
gianCarlo: Mi hanno fatto persona, mi sono ritrovato adulto senza essermene accorto. Mi hanno aiutato moltissimo a socializzare, permettendomi di uscire dalla mia tana e mi hanno dato la possibilità di fare della musica la mia esistenza, in tutto e per tutto. E credo che questi siano regali bellissimi. Devo molto a quello che continuo a chiamare un grande laboratorio. La mia scuola sono stati gli Undeground Life.
Vita – Arte – Indipendenza: tu e i tuoi fratelli Enzo e Sandro, avete votato la vostra vita all’arte e alla cultura, avendo da subito una forte esigenza di indipendenza, che vi ha portati alla creazione di una vostra etichetta discografica, la Lilium. Indipendenza e coerenza che vi sono costate in termini di visibilità e successo commerciale. Scelta assolutamente consapevole, la vostra, tanto che una domanda del tipo “avete rimpianti per questo” non avrebbe senso: mi pare che il vostro agire attuale dimostri consapevolezza del proprio ruolo e dei propri mezzi
gianCarlo: E’ così in effetti. Sono avvenimenti di cui non ti rendi conto. Sono slanci che tu vuoi seguire e che ti portano ad un certo punto ad essere già abbastanza sbilanciato verso un certo tipo di realtà. Una realtà della quale non potresti fare a meno perché tu sei così, sei fatto di questo e non riusciresti a vivere diversamente. Così dopo un decennio di Underground Life, avendo sperimentato l’autogestione totale, l’arrivare ad un’imprenditoria basata sulle idee, non è stato frutto di una riflessione, ma un processo spontaneo, avvenuto del tutto naturalmente. Certamente oggi ci si trova a combattere con una realtà molto più complessa e frastagliata, piena di contraddizioni. Trovo però che sia tanto affascinante quanto lo era una volta, per ragioni per certi versi uguali e per altri contrarie. Trovo che il poter fare ciò in cui si crede, indipendentemente dai risultati raccolti e dai riconoscimenti, sia uno dei più grandi privilegi che sia dato di provare. Non mi viene in mente nulla di più lusinghiero. Soprattutto in un periodo in cui c’è una grande esaltazione del successo, della riuscita, della vendita di sé, della presenza, dell’emersione a tutti i costi. Penso che si possa fare della buona espressione e si possa portare un contributo culturale al proprio paese, anche senza essere al primo posto in classifica, e senza essere onnipresente. Se ragionassimo tutti così, forse sarebbe più distensivo e meno problematico fare questo mestiere, per tutti.
L’attività della Lilium, oltre alla produzione discografica, è rivolta alla produzione e organizzazione di eventi culturali. Fiore all’occhiello della struttura è senz’altro il Festival Poiesis. Di cosa si tratta e qual è l’esigenza culturale all’origine di questo progetto?
gianCarlo: Poiesis è un festival che è nato molti anni fa nella mia testa. Volevo qualcosa che somigliasse al mio modo di operare: un festival che riuscisse a raccogliere in sé diverse discipline, possibilmente espresse da una stessa testa. Mi piaceva l’idea di una galleria di artisti che avessero la caratteristica di occuparsi non solo di una disciplina, ma che avessero avuto il coraggio, la voglia e perché no, anche l’ambizione, di confrontarsi con altro. Il progetto è stato realizzato sei anni fa e sta lentamente diventando un festival regionale. Si dipana attraverso serate che si svolgono in diverse località della ormai prossima Provincia di Monza e Brianza. Dovrebbe avere anche un carattere internazionale, anche se non sempre è possibile. L’obiettivo è quello di mettere insieme da un lato la piazza, con la sua distrazione, la sua disattenzione, con la sua eterogeneità di pubblico, dall’altro, sul palco, artisti noti e meno noti, che abbiano almeno una volta incrociato altre discipline nel loro percorso. Come per tutti i festival, l’organizzazione è snervante ma anche avvincente. Soprattutto è arduo avere a che fare con le amministrazioni comunali, con le istituzioni che patrocinano l’evento.
Si è conclusa la prima edizione di “Musicarte, musiche, letterature, immagini in emersione”. Progetto rivolto ai creativi emergenti, che ha visto coinvolti alcuni artisti come Morgan, Piotta, Alessio Bertallot, Michele Monina e Domenico Liggeri, alle prese con gli studenti degli istituti superiori del comune di Cesano Maderno, in lezioni aperte, incentrate sull’interattività delle discipline artistiche. Mi pare un tentativo concreto di contrastare l’appiattimento culturale partendo proprio dai giovani nelle scuole.
Vuoi parlarci di questo progetto e in particolare, qual è stata la tua percezione in merito all’accoglienza e alla comprensione del progetto da parte degli studenti?
gianCarlo: Musicarte è un evento al quale mi sto appassionando. E’ nato come curiosità: volevo capire se si potessero fare nell’orario di scuola, lezioni diverse da quelle che gli studenti devono per certi versi subire. Così il progetto ha preso piede ed abbiamo fatto una serie di lezioni che io ho semplicemente coordinato, accompagnando alcuni musicisti, scrittori, registi in questa reinventata funzione di non docente. Lo scopo era di realizzare lezioni il più possibile vitali e sganciate, pur nell’ambito degli orari scolastici, da quelle che sono le didattiche, i sistemi all’interno dei quali sono soliti muoversi gli istituti: i ragazzi sono abituati ad essere condotti da un insegnante inserito in un ruolo ben definito. Ne è nata un’esperienza bella, appassionante, perché piena di contraddizioni, di angoli oscuri, da cui si evince che i ragazzi vivono un’esperienza scolastica assolutamente piatta, tendenzialmente priva di stimoli, dove non sono ascoltati, dove non sono capiti, dove sono intruppati da persone che hanno mediamente 20-25 anni più di loro. In virtù di questa distanza generazionale, hanno finito per non capire più la realtà in cui un adolescente si muove e non sono in grado di andare incontro a quelle che sono, non le esigenze come si è soliti dire, ma le volizioni, i movimenti più profondi di un adolescente e i suoi rapporti con il mondo, ovvero ciò che capisce e ciò che non capisce del mondo, del quale dovrebbe essere protagonista, mentre ne è immancabilmente e grottescamente vittima. Questo evento si ripeterà, in diverse scuole e città. Spero vivamente che si possa realizzare nel tempo perché è davvero divertente scardinare dall’interno ciò che resta dell’istituzione scolastica.
Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un proliferare di progetti, di eventi che vedono l’intrecciarsi di diverse discipline artistiche. Credo sia positivo, in quanto è nutrimento per l’arte stessa e rappresenta un inversione di tendenza rispetto alla pressoché mancanza di collaborazione tra gli artisti, che affligge la musica italiana degli ultimi anni. Detto questo, le esperienze di valore, di sostanza culturale, sono davvero poche.
Spesso sento parlare di musica come “accompagnamento”, quasi che la musica non fosse una forma d’arte compiuta, ma piuttosto un contorno piacevole, un supporto. Mi piacerebbe avere una tua opinione in merito, dal momento che la tua storia artistica è storia di interdisciplinarietà, come artista e come direttore artistico di eventi.
gianCarlo: Su questo avrei molto da dire. Mi limiterò dicendo che qualche anno fa, ormai diversi anni fa, quando parlavo del bisogno di mettere nello stesso spettacolo più dimensioni, più livelli, erano gli anni in cui si cominciava a parlare di multimedialità, che era un termine che ci arrivava in una dimensione affascinante ma anche imperscrutabile: allora, mettere insieme più stimoli, voleva dire fare i conti con una tecnologia molto arretrata o perlomeno, perché fosse all’altezza, occorrevano mezzi notevoli. Oggi la realtà si è ribaltata: come sappiamo è estremamente facile per tutti accedere a una serie di servizi tecnologici con cui si possono fare immagini, produrre suoni e così via. Questo ha contribuito al dilagare a tutti i livelli, della produzione di dischi, video, di fusioni tra le diverse forme di espressione. Trovo per paradosso che sia molto avvilente, poiché rende talmente spicciola e ordinaria la produzione di un’idea da farne un automatismo. Ogni giorno, con pochi mezzi e pochi passi io posso produrre un qualunque elaborato audiovisivo con discreta facilità. Questo fa si che, non voglio dire la sacralità del compiere un gesto creativo, ma quantomeno l’urgenza che deve essere accumulata perché si arrivi ad una produzione sensibile e quindi utile, necessaria, venga automaticamente annullata: se io posso ottenere una cosa in qualunque momento, smette di essere un’urgenza, uno scopo il cui raggiungimento prevede una preparazione, un’elaborazione, una situazione conflittuale all’interno di sé. Questa facilità rende lecito un altro automatismo, quello della pubblicazione. Pubblicare significa immettere nella rete perché tutti ne usufruiscano: è un gesto bello e stimolante ma allo stesso tempo orribile e deturpante di quello che è il bisogno che abbiamo tutti quanti di contenuti. Ogni volta che vado in rete, mi affaccio su di una moltitudine di stimoli, la maggior parte dei quali non ha alcuna ragione di esistere. Questo mi rende più caotica la percezione di tutto e mi rende sempre più profondo il bisogno di richiamarmi a qualcosa che venga prodotto perché davvero se ne avverte il bisogno. Questa è l’unica malinconia che mi abita in merito a questo argomento. Dopodiché, sul fatto di stabilire oggi quale sia la strada da percorrere, io non so dire altro se non che occorre seguire soltanto la necessità e l’utilità di fare qualcosa.
Hai molta fiducia negli esseri umani: pensi davvero che tutti noi abbiamo bisogno di contenuti? Guardandomi in giro, trovo che non sia proprio così.
gianCarlo: Il problema è che per ognuno di noi esiste una gradazione, un livello, una quantità, una portata di contenuto, che è differente. Io credo che abbiamo tutti quanti bisogno di contenuti, intendendo per contenuti una qualunque cosa che sia in grado di dare un senso alla nostra esistenza. Anche il più semplice, il più elementare degli individui ha bisogno di un contenuto, che riporta la sua attenzione verso se stesso. Perché cos’è in fondo un contenuto se non un gancio che mi ricollega a me stesso, che mi fa riaccorgere di me. Da questo punto di vista credo che tutti quanti abbiamo bisogno di questo gancio. Comunque si, sono fiducioso nell’umanità.
Il prossimo 28 maggio presenterai un progetto particolare,nell’ambito del Festival Bastian Contrari di Milano. Vuoi presentarcelo?
gianCarlo: E’ il concerto del mio romanzo. Ho cercato di far diventare “Il più dolce delitto” un concerto: concertando le immagini, realizzate appositamente per il romanzo da Isabella Vimercati, le parole del libro, da me lette e registrate e alcune ballate della mia produzione discografica. Cercando di pescare delle collisioni, dei punti di contatto tra la narrativa e la musica e tentando di seguire percorsi che sono puramente emozionali. E’ un evento nel quale cercheremo di mantenere la musica al minimo, non perché debba essere solo un commento: sono le canzoni dei miei dischi, dunque non potrebbero mai essere meno che importanti, ma suonate sulle punte delle dita, espresse in maniera lieve perché non sovrastino il suono delle parole. Proprio per ottenere una sorta di osmosi sommessa.
Il tema della serata sarà la lussuria. Cos’è la lussuria?
gianCarlo: Si deve innanzitutto affrancare la lussuria dalla dimensione di peccato, nel mio modo di vedere. Il concetto di peccato in sé esprime un limite: è un territorio nel quale non ci si dovrebbe avventurare. Io invece credo che il cosiddetto peccato sia uno di quei territori che vanno assolutamente esplorati e frequentati. Per me la lussuria è l’esperienza prima, diretta, della mia sensibilità totale. Ma non va assolutamente disgiunta dal pensiero. Senza un’adeguata partecipazione della mente, non ci può essere esperienza sensuale, corporea, fisica, carnale. Non può essere squisitamente lussuria, che ha la stessa base di “lusso”, privilegio, grande concessione. La lussuria non ha nulla a che vedere con l’espressione gratuita di se ma semmai con un’espressione ben ponderata di sé. E’ la voglia di andare a cercarsi nei territori più impervi. In tal senso, credo che tra tutte le serate di Bastian Contrari, questo sia il tema che mi si addice di più.
Loredana Sparvoli
di: Lory
Articolo inserito il: 2008-05-14







