THE LAST SHADOW PUPPETS
Bisogna studiare Baudelaire
The Last Shadow Puppets, The Age Of Understatement. Domino Records 2008
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Perché questo titolo-citazione Baustelliana, ad accompagnare il sorprendente disco dei The Last Shadow Puppets?
Perché, poeti maledetti a parte, pare quasi che l’invito a (ri)scoprire i classici che il buon Francesco Bianconi rivolge in uno dei brani migliori del nuovo disco della sua band sia stato più che colto a braccia aperte oltremanica da questo duo di sbarbati di successo, che ha momentaneamente accantonato i propri rispettivi progetti (rispettivamente gli Arctic Monkeys per Alex Turner e i next-big-thing Rascals per Miles Kane), e, in combutta con il producer James Ford (anche boss dei Simian Mobile Disco), si è lanciato in questa avventura fascinosamente e coscienziosamente retrò, ma alquanto di gusto negli esiti e che dimostra che, aldilà delle esuberanze ggggiovani delle Scimmie Artiche, Turner è senz’altro un pischello ma sa il fatto suo quanto a scrivere canzoni. Belle canzoni, che non guasta affatto. Del resto, se del progetto si è dichiarato entusiasta persino David Bowie (non il primo pirla, insomma) un motivo ci sarà bene.
E allora: quali sono questi classici che i Nostri riscoprono? Beh, una tradizione che più english non si può: tantissimo Scott Walker, altrettanto Bernard Herrmann (quello delle colonne sonore di Hitchcock) e ancor di più
Monty Norman e John Barry (ovvero le soundtrack di 007), innaffiato in un bicchiere di dandy-beat alla, appunto, primo David Bowie (il Bowie degli anni della Deram, quindi… più Love You Till Tuesday che Space Oddity, per intenderci), con quella spezia di french touch da film Nouvelle Vague (e infatti il disco è stato registrato in Francia), che paradossalmente è anch’essa una caratteristica musicale sixties molto inglese, e naturalmente senza perdere d’occhio un altro nume tutelare della melodia e del più nobile easy listening quale Burt Bacharach (vedi Black Plant, che poi però si tramuta in un altro brano da spy-story nella seconda metà), per un esperimento che non si colloca molto distante dalle atmosfere dei dischi di Richard Hawley.
Di conseguenza: chitarrone acide e riverberate, voci anch’esse imbevute di eco, organetti vintage e soprattutto archi e fiati della London Metropolitan Orchestra come se piovesse, messe al servizio di composizioni che sono o cavalcate orchestrali da film noir/thriller (la title-track e primo singolo, o Only The Truth, o Separate And Even Deadly), incalzanti come un inseguimento di James Bond, e che qua e là strizzano l’occhio anche a certo garage: I Don’t Like You Anymore sembra quasi una versione pop degli Horrors, mentre In My Room sembra fatta apposta per un giallo con Robert Mitchum.
Oppure (e sono i picchi del disco, a mio avviso, quelli in cui non ci si limita a dei divertissement musicali ma si fa sul serio con una composizione matura e davvero interessante, che non ha paura di attingere al già citato easy listening per coniugarlo a un piglio più muscolare) di momenti più lenti e da manuale della Bella Canzone Di Una Volta (davvero magistrale a riguardo Standing Next To Me, fornita di una melodia e di un giro di accordi davvero azzeccati), venati di sottile malinconia (“hangin’out in quiet desperation/it’s the english way”, cantavano non a caso i Pink Floyd), come nella splendida My Mistakes Were Made For You, guarnita di violini decadentissimi, o di abbozzato erotismo (The Chamber), o, ancora, perfetti per un Martini cocktail a bordo piscina, come Meeting Place, dove ancora il fantasma di Bacharach fa capolino.
Insomma, fu vera gloria? Ai posteri, e soprattutto a un'eventuale prova live l’ardua sentenza.
Epperò, due cose:
- se consideriamo che la musica in un certo senso didattica, che guarda indietro non per snobismo o voglia di ricalcare, ma per una questione appunto propedeutica verso le orecchie sovraffollate dei giovani consumatori di musica è quantomai una necessità dei giorni nostri, allora ben vengano le "Ultime Ombre Cinesi", così come, in Italia, ben vengano i testi (che a chi ha più anni di ascolti possono sembrare, come la musica dei Puppets, nulla di nuovo) dei Baustelle, o i discorsi di Morgan a X-Factor;
- se vogliamo dare la possibilità che non siano tutto merito di produttore e arrangiangiatore l’efficacia e la squisitezza di molti dei brani di questo The Age Of Understatement, si può senz'altro dire che se questo side-project era la cartina di tornasole che Turner cercava per dimostrare di essere (anche) un autore e non solo un maitre à penser della musica per teen-ager, beh, la mossa è stata azzeccata; se, viceversa, si è trattato solo di un divertissement di due bambocci con tanti soldi e tanti giocattoli per suonare, allo stesso modo comunque, avercene di divertissement così.
link: link
video: My Mistakes Were Made For You (live@Jools Holland):
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2008-05-19






