LADYTRON
electro-Ostalgie
Ladytron, Velocifero. Nettwerk 2008
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Ciò che rende i Ladytron un gruppo parecchio interessante e intrigante (per lo meno su disco, perché purtroppo dal vivo l’impressione positiva non è stata confermata appieno) è la capacità di fondere più che evidenti suggestioni synth-pop ottantesche (per quanto riguarda il lato scuro, della musica di quel periodo, però: quindi primi Human League e certi Kraftwerkismi, e se proprio si vogliono tirare in ballo i Depeche Mode, sicuramente quelli di Black Celebration più che quelli imberbi e giocattolosi di Speak And Spell), con un approccio all’elettronica di matrice rock, e quasi wall-of-sound (del resto i Nine Inch Nails non esistono invano), con un occhio sempre vigile alle pulsazioni ritmiche della musica dance (in verità sempre più allontanate, nella scrittura, rispetto ai tempi del disco d’esordio 604) e un gusto melodico e quasi pop ad amalgamare il tutto.
Se a tutto questo aggiungiamo una marcata componente cosmopolita, poiché il quartetto ha base a Liverpool solo perché è di quella città il leader Daniel Hunt (l’altro “macchinista” della band, Reuben Wu, è solo per residenza, della città dei Beatles, mentre le due chanteuses della band, Helen Marnie e Mira Aroyo sono rispettivamente scozzese e bulgara) ecco allora spiegata la strana miscela che rende i Ladytron un gruppo senz’altro da tener d’occhio.
E in qualche modo l’influsso dell’Est Europa si è sempre riverberato nelle atmosfere del gruppo, non solo perché in ogni disco della band ci sono due-tre brani cantati in bulgaro (e spesso, vuoi per suggestione sonora, vuoi per coincidenza) si sono rivelati i migliori del disco, cosa che neppure per questa quarta fatica, Velocifero, si smentisce, ma anche perché un immaginario algido e in qualche modo marziale, da paese satellite dell’URSS in pieni anni ’80 ce lo trasmette, la musica dei quattro, sia dal punto di vista estetico che proprio da quello musicale.
Venendo nello specifico a parlare del disco, diciamo subito che la tanto abusata espressione “disco della maturità” pare essere una volta tanto azzeccata. Perché, seppur come già detto la componente dance della musica dei Ladytron è ormai quasi più un accenno che un’intenzione, è vero che le tredici canzoni del disco sono tutte molto ben strutturate, fornendo un buon compendio (e, cosa che più conta, un compendio decisamente riuscito) della gamma sonora della band: ci sono le sfuriate electro-rock che già il predecessore Witching Hour testimoniava essere ciò che il quartetto si trova a maggior agio nel proporre, e qui presenti in modo ottimo soprattutto con I’m Not Scared, Lovers e Burning Up, più che con il lievemente sottotono singolo Ghosts, l’interesse per il beat vintage e ipnotico di Runaway (uno dei brani migliori) e Predict The Day, quei mid-tempo elettronici che sono sempre stati il loro marchio di fabbrica (Season Of Illusions, They Gave You A Heart They Gave You A Name) e le chicche esotiche cantate da Mira, ovvero l’iniziale Black Cat e soprattutto la sorprendente Kletva, che electronizza una melodia popolare bulgara e riserva un finora inedito sprazzo di sole nella altrimenti piuttosto plumbea musica della band.
A voler trovare un difetto, forse Velocifero (come già gli altri dischi della band) è appena troppo prolisso, così che si rischia di non apprezzare brani che arrivano in fondo alla tracklist e che invece meriterebbero maggior attenzione, come Deep Blue, che strizza l’occhio a Jean-Michel Jarre, o anche la chiusura di Versus, dove fa capolino addirittura una chitarra acustica.
Ma si tratta davvero di un appunto di poco conto, e che certo non pregiudica il fatto che Velocifero sia senza dubbio un disco di riferimento per chi ama sonorità oscure ma potenti e di sensibilità pop.
I Depeche Mode del terzo millennio?
link: link
video: Ghosts
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2008-06-13






