COLDPLAY
Quattro ragazzi-bene e un guru del suono
Coldplay, Viva La Vida (Or Death And All His Friends). Capitol 2008
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Devo ammettere di non essere mai stato un grandissimo fan dei Coldplay. Li ho sempre trovati delle specie di Echo And The Bunnymen o U2 (periodo Lanois) fuori tempo massimo, salvati dalle trovate musicali del chitarrista Jon Buckland, ma insopportabilmente lagnosi nei birignao vocali di mr. Paltrow Chris Martin.
Non che nel corso della loro carriera la band non sia riuscita a sfornare singoli brani piacevoli e interessanti, ma l’esperienza dell’ascolto intero di un album dall’inizio alla fine è qualcosa che mi ha sempre provato assai.
Però una canzone del precedente X&Y, ovvero The Hardest Part (quella con il video sulla nave con gli anziani volteggiatori e che sembra un brano di pop inglese anni ‘80), e soprattutto il fatto che questo Viva La Vida fosse supervisionato (e non totalmente prodotto) da Brian Eno, mi ci hanno fatto avvicinare con curiosità e senza pregiudizi.
Beh che dire, senz’altro questo è l’unico disco dei Coldplay che riesco ad ascoltare per intero senza sbadigliare troppo. E, almeno per quanto mi riguarda, è già un grande passo avanti rispetto al passato, sia che questo sia merito di Mastro Eno sia che no.
Certo, dal punto di vista melodico e di attitudine, l’intervento del produttore non è stato di quelli radicali: si rimane comunque in un qualcosa di chiaramente familiare, per chi ha dimestichezza con le canzoni del quartetto: niente di vagamente simile, quindi, al lavoro di decostruzione che Eno seppe fare non dico ai tempi d’oro con Bowie, ma anche in un lavoro minorissimo come fu il disco solista di metà anni ’90 di Scott Weiland, il cantante ex Stone Temple Pilots e ex Velvet Revolver.
Ma, pur se non eclatante, un risultato Eno l’ha di sicuro ottenuto: la chiave dei vari brani del disco sembra essere stata quella della scrematura, del procedere per sottrazione (procedimento tipico peraltro di Eno), su una band che invece su un certo tipo di levigata boriosità negli arrangiamenti aveva costruito gran parte delle sue prove. E poi conferire alla musica dei Coldplay una maggiore apertura, nei gusti e nelle atmosfere, in modo da andare oltre l’ormai consolidata matrice post-britpop.
Vero è che salvo qualche episodio (in particolare Yes, con il suo inserto mediorientale, poi la sorprendente title-track, debitrice degli Smiths più orchestrali e la “sdoppiata” Lovers In Japan/Reign Of Love), la scrittura dei Coldplay non va mai al di sopra di una anodina buona qualità, buona appunto per farti dire che il tal pezzo (uno a caso: Cemeteries Of London) te lo ascolti ma poi finisce lì, ma questo è naturalmente un problema di chi i brani li scrive, non del produttore.
Epperò appunto il disco nel complesso è gradevole, con buone punte di diamante nei momenti già citati e qualche lieve calo in altri (42: non facciamo fare ai Coldplay ciò che riesce bene ai Radiohead, e Strawberry Swing) ma nel complesso più che dignitoso, pur se non il capolavoro che magari la presenza di un produttore così ricco di pedigree avrebbe fatto sperare.
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video: Violet Hill
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2008-07-15






