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Elbow - The Seldom Seen Kid

The fix is in

Elbow, The seldom seen kid. Fiction 2008   

Supporti > I motivi per i quali già sin da ora considero l'ultimo lavoro degli Elbow, The seldom seen kid, il disco dell'anno 2008 sono semplici e presto detti. Il primo, che indicherò come motivo zero, è il seguente: non credo ai miracoli dopo ferragosto, e The seldom seen kid è bello a tal punto da rendere l'eventuale uscita di un disco migliore entro l'anno poco meno che miracolosa.
I seguenti – e più seri – motivi verranno elencati in una comoda lista numerata, in ordine crescente di importanza, qui di seguito.

1.The seldom seen kid è un disco ben scritto, eseguito con perizia, in cui nulla viene lasciato al caso. Produzione impeccabile, nessuna sbavatura, tensione mantenuta altissima dal primo all'ultimo brano; sonorità variegate e ben bilanciate, un disegno enciclopedico affascinante e mai pasticcione, tutti elementi che testimoniano quanto gli Elbow siano più che mai padroni dei propri mezzi. Le linee vocali di Guy Garvey suonano naturali pur nella loro maniacale precisione. Niente di nuovo, per chi già conosce gli Elbow e ne apprezza il valore – ma The seldom seen kid rappresenta un ulteriore passo avanti rispetto alla loro discografia passata.

2.The seldom seen kid è un disco visionario, con molti livelli di lettura, al tempo stesso profondo e immediato. An audience with the Pope suona scabrosa ed erotica prima ancora di leggere il testo; Grounds for divorce parla di alcool e di tragedie ivi affogate, e sembra registrata in una bettola fumosa in mezzo a bottiglie di whiskey; The fix sa di vizio già dal primo ascolto, e poi approfondisci un po' e scopri che parla di corse di cavalli (e la frase “The jockey is cocky and vicious” è da nobel). Ogni canzone è un'opera a tutto tondo, creata con minuzia quasi teatrale, in cui la musica amplifica le parole e ne sposa il mood; la creazione musicale si fa anche visiva, atmosferica, quasi palpabile. All'ascolto, tutto il disco dà un'ineguagliabile sensazione di avvolgenza, di soffice potenza sonora, da cui si viene colti e portati in un altro luogo. Merce rara, e sfido chiunque a definirla altrimenti.

3.Last, but not least, The seldom seen kid è un disco magico. L'unico paragone che mi viene in mente è quello – forse improponibile ma forse no – con Ok computer. Di sicuro i due dischi sono paragonabili («E' lo stesso fottuto campo da gioco», direbbe Tarantino). Esiste un impalpabile Je ne sais quois che rende misterioso il fascino di certi dischi, così da renderli magici (e quindi: insondabili e inspiegabili) anche per chi come me ama alla follia l'ascolto cervellotico e dissacrante. Gli Elbow hanno creato un classico, che già adesso non ha tempo; e se qualcuno mi chiedesse come ci sono riusciti, non potrei che rispondergli "non lo so". Per esempio: ho la sensazione che se la chitarra in The bones of you avesse avuto un suono diverso, non sarebbe andata altrettanto bene. E invece: ha quel suono, ed è perfetta. Oppure: il duetto tra Garvey e Richard Hawley in The fix è strabiliante – e ho l'impressione che qualunque altro cantante sarebbe stato fuori posto. Hawley no, e il tutto è perfetto.

Difficile parlare di brani forti in un disco che per sua natura è così completo ed equilibrato. Segnalerò The bones of you, epica e malinconica, una delle perle più splendenti del disco. Guy Garvey volteggia con maestria su una base semplicissima ed efficace, declamando con gravità parole amare e piene di pathos: «And the world moves in slow-mo / Straight to my head / like the first cigarette of the day / And it's you, and it's May / And we're sleeping through the day / And I'm five years ago / And three thousand miles away». Il brano si chiude malinconicamente con un suono di tromba che accenna una straziata Summertime, rubato a un nightclub e inciso su un nastro gracchiante.
Ma siamo solo all'inizio. C'è la cavalcata rock di Grounds for divorce, violenta e raffinata a un tempo; c'è la dolce ballata Mirrorball, in cui Garvey dimostra di saper parlare d'amore in maniera semplice e non scontata («You make the moon a mirrorball / The streets an empty stage / The city's sirens, violins / Everything has changed»). C'è la straordinaria The fix del già citato duetto Garvey / Hawley, calata in un'atmosfera a metà fra il vaudeville, la musica latina e il Tim Buckley di Moulin Rouge. E c'è la conclusiva Friend of ours, sofferta dedica a Bryan Glancy, cantautore di Manchester nonché grande amico di Guy Garvey, scomparso l'anno scorso. Un brano disarmante per sincerità e sensibilità: la voce di Garvey si fa quasi trasfigurata dal pianto mentre sussurra «Love you mate», con un'inflessione dialettale marcata con dignità e tutt'altro nascosta – a rendere il brano ancora più intimo. Degno finale per un disco di tale caratura.
Mi piace pensare che in tutti questi anni di carriera (il primo disco degli Elbow è del 2001, anche se la band si forma ufficialmente nel 1990) gli Elbow abbiano masticato vita, per poi sputarla tutta quanta in un disco che di vita, in ogni suo risvolto, è pieno fino a traboccarne. Le mille vicissitudini, discografiche e non, un riscontro di pubblico da sempre non all'altezza, avrebbero ucciso le velleità di chiunque. Garvey e compagni hanno saputo rafforzarsi, lavorare e imparare in tutti questi anni. E nel momento in cui tante meteore del passato sembrano aver esaurito le energie, gli Elbow – quelli bravi che però non si cagava nessuno – escono con un disco che potrebbe insegnare a leggere e a scrivere a intere generazioni di musicisti. Non credo alla divina provvidenza, ma se esiste una giustizia al mondo questi uomini meritano l'attenzione, il plauso e il supporto di chiunque creda che l'arte sia fatta di lavoro e costanza, oltre che di genio.
Un disco da comprare, ascoltare, venerare e far conoscere, e per il quale non ha senso usare mezzi termini. Capolavoro.

video: One Day Like This



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di: gizmo

Articolo inserito il: 2008-08-16

Elbow - The Seldom Seen Kid




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