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GARBO - Come il vetro

La trilogia adesso è completa

GARBO, Come il vetro. Discipline/Mescal 2008    

Supporti > La parola trilogia, in campo musicale, spesso fa venire in mente capolavori assoluti con cui in tanti (io per primo) siamo cresciuti. Si pensi, per esempio, alla ormai mitica trilogia berlinese di Bowie (che tra l’altro è figura ricorrente nella carriera dell’artista qui recensito), o a quella di Sylvian, altrettanto importante, che fece seguito allo scioglimento dei Japan. O magari quella “dark” dei Cure, completata nel 2000, a distanza di quasi vent’anni dai primi due episodi.

Artisti, maestri e punti costanti di riferimento per Garbo, che da poco ha superato le nozze d’argento con la musica. Il cantautore milanese chiude con Come il vetro (settembre 2008 per Mescal/Venus) il cerchio intrapreso nel 2002 con Blu (sempre Mescal) e proseguito nel 2005 con Gialloelettrico. Una trilogia cromatica, dove colori scelti non a caso in qualche modo testimoniano il modus operandi del disco di riferimento. Laddove in Blu dominavano le atmosfere crepuscolari, notturne, all’interno di un tessuto musicale comunque pop-rock, Gialloelettrico rappresentava un percorso tipicamente urbano, condito di rumori cittadini della vita di tutti i giorni, per descrivere il quale Garbo sceglieva di utilizzare il pop elettronico, genere con cui l’artista ha comunque sempre flirtato nel corso della sua lunga carriera.
Oggi, Come il vetro vuole rappresentare ambiguamente l’assenza di qualsiasi colore, o viceversa la presenza di tutti i colori, a seconda di come si vuole sfruttare l’elemento trasparente. E non a caso parliamo di un disco più cantautorale dei precedenti, musica d’autore attraverso cui l’autore si prefigge di scrutare la realtà che lo (ci) circonda. Un disco in cui non manca l’elettronica, anzi. Elettronica però utilizzata in modo più discreto, quasi minimale, a fare da cesello a melodie e testi che spaziano dai rapporti personali al tempo ed alla vita che passa, insieme alla fragilità umana. Temi visti e affrontati da una prospettiva distaccata e trasparente, come un Grande Fratello orwelliano che attraverso il vetro scruta, osserva e ne trae le conseguenze. Con uno spunto quasi autobiografico (curiosamente però la song in questione non è sua) in Voglio morire giovane, un monito e un ricordo del dramma personale che lo colpì appena l’anno scorso, e dal quale si è miracolosamente ripreso. Si diceva di come il brano (di più ampio respiro e radiofonico e quindi scelto giustamente come apripista dell’album) non appartenga a Garbo ma sia stato scritto da Tao, giovane cantautore milanese, frutto di una collaborazione nata, curiosamente, in una serata musicale di celebrazione dei 60 anni di David Bowie. E’ la prima volta che Garbo utilizza per un suo disco un testo scritto da altri, complice la bontà della melodia e un testo che, ironicamente come è sempre stato nel suo stile, l’artista ha fatto suo esorcizzando così due fantasmi, la morte e la gioventù, che poi ricorrono frequentemente nei suoi lavori.
Molto più discreta, rispetto ai dischi precedenti, la presenza di Luca Urbani, dalla cui collaborazione sono usciti gli episodi più convincenti del Garbo attuale. L’ex Soerba assume più un ruolo di supervisore musicale, mentre in studio sono fedeli compagni Angelo Bellandi degli Ovophonic, Rino Scarcelli e l’amico di sempre Alberto Styloo, alla ribalta negli anni ’80 come esponente di punta dell’italodisco (chi non ricorda la sua Pretty Face?) ed oggi impegnato in ambito cantautorale.

Un disco cantautorale, Come il vetro (introdotto dalla title track dove in quattro minuti sono condensati i temi e le sonorità che si svilupperanno nell’intero lavoro) ma assai vario, dove accanto a episodi più minimali – splendido l’incipit di Lei, una ballad condita di delicati arpeggi e suoni minimal-elettrici, proseguo ideale dell’accoppiata Sangue del mio sangue/Sera infinita e quasi una trilogia nella trilogia – trovano posto una cover dei Ramones, quella Baby I Love You prodotta da Phil Spector (perché comunque Garbo col punk ci è nato), e lo spoken word di Voglio tutto in collaborazione con la scrittrice Elisabetta Fadini.
L’episodio più interessante rimane però Più avanti, brano con un incipit up-tempo totalmente elettronico-sperimentale, senza un ritornello ben definito, che rimanda dritto alla new wave e che per ammissione dello stesso autore vuole quasi essere un omaggio al Joe Jackson di Steppin’ out.
Più vicina a certe sue produzioni eightees è invece No, ritmica serrata e basso pulsante, che ricorda molto, anche nelle linee vocali di guida e nella melodia, l’hit Radioclima.
Non è sbagliato definire Come il vetro un album che contiene tutte le caratteristiche e le peculiarità da sempre marchio di fabbrica di Garbo: una sorta di summa dove cantautorato, elettronica e pop si fondono con testi fortunatamente lontani dal plasticato clichè del pop attuale, per dar vita a una manciata di canzoni belle e senza tempo.
Lunga vita al David Bowie italiano.

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video: conferenza stampa di presentazione di Come Il Vetro, Fnac - Milano.



di: Lettera 22

Articolo inserito il: 2008-09-13


GARBO - Come il vetro