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CALEXICO

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In tanti prima d’ora mi avevano parlato benissimo delle esibizioni live dei Calexico, ma davvero non credevo che la band di Joey Burns e John Convertino potesse essere così coinvolgente e divertente.

Arrivo al Rolling Stone di Milano poco dopo le nove (e dopo aver smaronato non poco per trovare parcheggio), mi dicono che Moltheni si è esibito alle 8 e mezza. Poco male, davvero poco male. Sono invece seriamente preoccupato di come l’acustica del locale (notoriamente non eccellente, né nemmeno felice, come del resto anche il listino prezzi del suo bar) possa andare d’accordo con le sfumature sonore del gruppo di Tucson, Arizona. Fortunatamente (e stranamente) stavolta tutto bene tranne un volume un po’ basso (problema annoso).

La band si presenta in sette sul palco e dà vita ad uno spettacolo colorato, divertente, solare e a tratti intimo. Joey Burns è un mattatore ciarliero, elegante (non solo nel senso stretto del termine, nonostante camicia bianca, gilet e cravatta), onesto e entusiasta della vita: ringrazia a destra e a manca (pure troppo, forse) e cerca sempre di trovare simpatia e sintonia con un pubblico (tutto esaurito e non l’avrei mai detto) che non fatica a risponde sempre molto bene: la loro musica (Alt country? Indie folk? Tex-mex? Etichette quantomeno inutili in questo caso) risulta trascinante, resa sfavillante da arrangiamenti precisi e intriganti (non si contano gli strumenti usati sul palco: chitarre, basso, contrabbasso, steel guitar, tromba, corno francese, glockenspiel, armonica, tastiere, fisarmonica, legnetti e percussioni varie... e sicuramente qualcosa che mi sarò dimenticato).

Per quasi un’ora e mezza di filata sembra di essere tra gli abitanti di Pian della Tortilla, poi i grandi protagonisti della serata si ripresentano nei bis con un ospite d’eccezione: Vinicio Capossela, che ha anche collaborato nel loro ultimo lavoro ‘Carried to dust’ (tra l’altro per i completisti bisogna dire che anche il disco più “saccheggiato” nella scaletta del concerto, al secondo posto ‘Feast of wire’). Il buon Vinicio però si presenta sul palco con una mise assolutamente sopra le righe e in totale contrasto con la semplicità degli americani: cappello a cilindro, maschera da sub e guanti blu palmati. Il buon Vinicio, assieme ai Calexico, canta un paio di pezzi (Polpo d’amor e Faccia della terra) che fanno calare il ritmo del concerto oltre misura: diciamolo, invece di aggiungere qualcosa ha rischiato di togliere. Qualche applauso ma non proprio convinto. Per fortuna la serata non finisce qui (che finale in tono minore sarebbe stato!) ma con altre canzoni (Guero Canelo, In the reins, Victor Jara’s Hands e Corona) che i Calexico hanno voluto regalare per finire davvero in grande stile un concerto francamente eccezionale.

Bring me back Bisbee Blue, Bring me back to Milano.


di: Felson

Articolo inserito il: 2008-10-21

Calexico
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