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Beatrice Antolini

se Schumann e i Clash si incontrano tra l'edera...

Beatrice Antolini, A due. Urtovox 2008   

Supporti > A distanza di due anni dall'incredibile esordio, Big Saloon, uscito per Madcap Collective, Beatrice Antolini, torna con A due, stavolta per Urtovox, con tutti i benefici e le crescite del caso.
Sono discorsi intrecciati, a intessere quest'album che potremmo definire un sembra ma non è.

A due è l'acqua fredda che diventa calda, è come i passaggi di stato, un incubo che diventa sogno e poi ritorna incubo, si appiana, non è niente, poi esplode in una banda e sei a una festa, poi in un bosco, infine, inevitabilmente, da solo, come Beatrice, mentre lo costruiva: si, perchè questo disco non è solo un lavoro svolto "a due" mani da Beatrice, è un disco di solitudine, di riflessione, di introspezione, anche in pezzi come New Manner o Pop goes to Saint Peter, dove ti pare di scorgere trame colorate e gioiose di già ascoltato, di sensazione già digerita e invece tutto si incupisce, diventa buio, solitudine, come l'edera intrecciata che fa scuro il viso dell'artista nel retrocopertina.
Se Big Saloon sapeva di fiaba, di giostre e giochi, rincorse, disco low profile registrato in cameretta, qua il gioco è in realtà buio e non c'è melodia che appaia felice ad esser poi solare per davvero, aggiungiamoci il fatto che, innegabilmente, le vette di questo disco risiedono in un nuovo ma radicatissimo uso della classicità, atta a disegnare malinconie e la stessa solitudine di cui su. Proprio qua, nelle punte di dolcezza e abbandono spleen di quest'opera, respiriamo la classica inattesa in un disco pop italiano, la compostezza improvvisa dopo l'anarchia del pezzo precedente, la quale probabilmente tornerà a regnare nel successivo per poi stravolgersi ad libitum, ancora una volta: un esempio di questi passaggi sta nell'episodio più riuscito, Clear my eyes, un infinito dilatato di suoni, echi di Chopin e delle Scene infantili di Schumann che si trasformano in intrecci di strumenti apparentemente casualmente sulla stessa via, per poi ritornare a costruire il tema d'apertura del pezzo. Il brano successivo, inguaribilmente, ci riporta alla festa apparente e allo schema dei pezzi di Big Saloon, schema riproposto parzialmente anche nella successiva Sugarise, splendida, con quell'intro che ricorda i più noti Clash e quel passaggio melodico spagnoleggiante circa a metà canzone.

A due è un disco concepito e realizzato in solitudine, come fosse una beffa di sè stesso, del suo nome, beffa che ci sembra applicabile anche al concetto che risiede dietro a questo lavoro: uno scherzo, un gioco, un'evidenza che pare tale ma, tre minuti dopo, si rivolta, stravolge lo schema arrivando a farti credere che no, quello schema che hai ascoltato, costruito, immaginato, visto, in realtà non c'è mai stato.

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video: A New Room For A Quiet Life (live)



di: Giulia Cavaliere

Articolo inserito il: 2008-11-04

Beatrice Antolini




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