BLOOMRIOT > Visto > MOSTRA DI SCULTURA "ODUSSEIA" - DAVIDE SILIPO

MOSTRA DI SCULTURA "ODUSSEIA" - DAVIDE SILIPO

Viaggio e approdo di arte e scienza in una terra comune

DAVIDE SILIPO, .    

Arte > Davide Silipo è un giovane scultore milanese, che ha già al suo attivo diverse mostre e collaborazioni artistiche. “Vive e scolpisce la sua anima tra Milano e il mondo” citando la sua biografia completa. L’essere e il divenire, la morte e la rinascita, l’androginia, la salvezza attraverso una riconciliazione atavica tra maschile e femminile: queste le dimensioni con le quali si confronta.
Presenta qui la sua nuova creatura “Odùsseia” , viaggio e approdo di arte e scienza in una terra comune. Esposizione curata da Cristina Muccioli, che vedrà protagoniste le sculture di Silipo e che verrà inaugurata il prossimo 9 gennaio, presso il Civico Acquario di Milano, con una performance della violoncellista Julia Kent.



Riporto qui un tuo pensiero che mi pare presenti molto bene il tuo approccio artistico: “Uno sguardo. La grande città, la strada, le luci, è tutto così veloce… sai, a volte è sufficiente un colpo d’occhio. Vedo l’iride e la palpebra che lo copre delicatamente. Ed il trucco scuro che svanisce sulla pelle. Poi guardo le piume scendere giù dal braccio nervoso verso la mano stilizzata, una mano molto grande e lunga, argentata. Cerchi concentrici che abbracciano la pelle e il suono del metallo diventa musica. Non rimangono con me per molto, mi ritengo già fortunato nel vederli, o forse è solo una disgrazia. La mano all’estremità dell’ala, rapidamente svanisce.”
Quando e come queste tue visioni fugaci si trasformano in fisicità di materia?

Davide: Sì, è esattamente quello che succede. Fondamentalmente la quotidianità, qualsiasi persona incontrata, qualsiasi momento vissuto, qualsiasi luogo percorso è per me foriero di sensazioni profonde e di visioni. Sai, è un po’ come essere uno spettatore, al finestrino di un treno in movimento, o seduto su di una panchina della stazione ad osservare un treno in passaggio. Difficile dire se sia io a muovermi o gli altri. Questa apertura sul mondo - o i mondi - mi colpisce: sensazioni, snapshots senza una precisa regia. La fisicità subentra successivamente, una volta “chiuso” nel mio laboratorio, a contatto con il blocco di materia: è qui che l’immateriale prende forma, che appare poi come opera. La materia suggerisce, da delle indicazioni, esige. Non è sempre per me un processo creativo piacevole o allegro, se non forse nel momento in cui penso – erroneamente - di aver terminato e sento asciugarmi la terra sulle mani e la tensione allentarsi. Sai, tipo un post-orgasmo.


L’arte contemporanea vede il progressivo affermarsi delle opere video. Realtà che viene documentata attraverso immagini virtuali, più o meno astratte, più o meno latrici di senso. Si tratta forse, di un processo inverso, rispetto al tradizionale approccio artistico che trae ispirazione da immagini interiori, create dall’intelletto e dalla sensibilità dell’artista, sublimate e trasposte nelle arti figurative, che diventano poi realtà altre, ispiratrici, a loro volta, di immagini. Credi che la dimensione virtuale stia impoverendo l’immaginario e l’immaginifico?

Davide: amo molto i video nell’arte contemporanea, non credo si possa parlare di involuzioni rispetto all’approccio artistico tipico dell’arte, come la pittura o la scultura. Un video artista è come uno scultore, un pittore o uno scrittore, penso che ci possano essere scambi davvero interessanti, contaminazioni tra le varie arti. Sono convinto che i muri non servano e che tantomeno servano certe urla di chi sostiene che il virtuale abbia definitivamente “ucciso” una parte di arte: non è così, nessun funerale in vista. La dimensione virtuale non danneggia l’immaginario, anzi a volte può donare ispirazioni, è semplicemente un’altra forma di espressione. Quello che temo semmai è l’abuso: oggi dovremmo reimparare ad usare tutti i nostri sensi.

Sono d’accordo con te, il problema non è il virtuale in se. Trovo che ci sia un impoverimento intellettuale e spirituale dilagante. Una mancanza di idee, che nell’arte contemporanea risulta essere maggiormente visibile, forse grazie - o a causa - della relativa facilità con cui oggi è possibile realizzare un opera video, anche per chi non ha particolari competenze in merito. Quali prospettive vedi per l’arte oggi? Credi siano necessari nuovi movimenti artistici e culturali, che mancano ormai da tempo, per invertire l’attuale livellamento verso il basso?

Davide: non vedo un "livellamento verso il basso" nell'arte, se non quello creato da un certo mercato, più attento all'arte come mera decorazione, piuttosto che come metodo di ricerca profonda. Ci sono bravi artisti, che purtroppo fanno fatica ad emergere, come ci sono pseudo- artisti che vivono coperti dietro certe definizioni ad "ombrellone", buone per ogni occasione. Penso che ripetere certi stilemi del passato non sia interessante - so che non è il tuo auspicio - anche se vanno certamente studiati. No, non ritengo necessario in quest'ottica il sorgere di nuovi movimenti artistici.

Il prossimo 9 gennaio verrà inaugurata una mostra che avrà protagoniste le tue sculture, “Odùsseia”, presso il Civico Acquario di Milano. Vorresti presentarcela?

Davide: è nata durante una passeggiata davanti alla bellissima palazzina in stile Liberty dell’Acquario Civico e dalla vista della grossa scultura del Nettuno posta davanti all’ingresso. Ho iniziato a immaginare queste figure, esseri in mutazione, organismi acquatici, prendere forma. Non figure conosciute, ma comunque a noi – come esseri umani - legate indissolubilmente. La mostra è un viaggio immaginario, un percorso di vita altro dal nostro, ma non troppo.

Il tema dell’esposizione è l’identità, la sua ricerca, il suo divenire. Ad affermare il principio per cui l’identità, biologica e psicologica, non è un dato di fatto, ma un’entità in continua evoluzione, presenti sculture metamorfiche, creature metà uomo e metà animale, che nel loro contorcersi struggente, raccontano di una contaminazione anatomica, ma anche psichica, inquietante, dolorosa quanto necessaria.

Davide: si è così. Ho sempre pensato all’arte e in generale alla vita, come a qualcosa in divenire. Mal sopporto la staticità, che non è necessariamente da intendersi come “staticità fisica”, ma anche e soprattutto in senso psichico. Da qui la ricerca costante di una scultura che non sia “ferma”, che non dia certezze. Amo definirla “scultura in movimento” o in transizione, perché è sospesa, in passaggio, una sorta di crisalide, che può evolversi o involversi. Dipende da noi.

Le tue creature surreali si muovono in un ambiente liquido. L’acqua è elemento centrale in questo tuo viaggio onirico verso le origini o piuttosto il futuro di un’umanità, oggi più che mai crocevia di diversità. Perché l’acqua?

Davide: perché è partito tutto da li, dall’acqua e io mi ci sento così tanto legato! Un po’ come il personaggio principale del film “Big fish” di Tim Burton.

La mostra è dedicata al ritorno a Itaca di Ulisse ovvero Nessuno, Odisseo in greco. Un uomo che rinnega la propria identità per confrontarsi/scontrarsi con mostri reali, quanto interiori, scoprendo il fascino e la ricchezza della diversità, per quanto spaventosa. Cosa pensi dell’attuale tendenza nella società, come nella scienza e nella medicina, a rimuovere la “mostruosità”, l’anomalia anatomica quanto psichica?

Davide: temo che non si aprano scenari edenici. C’è una tendenza diffusa più che mai nel nascondere, se non nel sopprimere, ciò che non rientra nell’omologazione. Dall’arte alla vita, tutto deve rientrare in un contesto prestabilito: viene di fatto annullata la meraviglia della scoperta, dell’incontro, della diversità, del viaggio, appunto. Sai, a tal proposito amo ricordare una frase di Edgar Allan Poe “ Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale”.

In effetti le tue creazioni sono un elogio alla follia del corpo e della mente, sono molto psichiche, ma allo stesso tempo fortemente legate alla fisicità della terra. Perché la scelta dell’argilla quale materia con cui forgiare i tuoi pensieri?

Davide: la terra è il mio mezzo naturale, parto sempre da quel medium per le mie opere, anche se poi decido che dovranno essere infine in bronzo o alluminio. Mi piace scavare, togliere quello che c'è di troppo. E’ una sorta di processo catartico.

Sei di formazione scientifica e nella tua opera c’è un continuo dialogo tra arte e scienza, sublimato in questo evento dalla scelta dell’Acquario civico di Milano quale splendido contesto dell’esposizione. Luogo di scienza e sede del progetto “Biodiversità”. Qual è il senso di questo rapporto profondo tra le due discipline?

Davide: penso che in fondo si faccia parte tutti dello stesso percorso, come dicevo in precedenza. Inutile e dannoso erigere barricate, dannoso nascondere. Trovo nella scienza innumerevoli spunti di ricerca artistica, come mi auguro gli scienziati possano trovar sempre più nell’arte altrettanti punti di contatto. In fondo ogni scienziato è a suo modo un artista, cosa sarebbe uno scienziato senza una grande immaginazione, senza la voglia della scoperta?

L’inaugurazione della mostra vedrà la presenza di Julia Kent, eclettica violoncellista, che vanta prestigiose collaborazioni tra le quali Antony & the Johnsons, impegnata nell’esecuzione di composizioni inedite, create per l’occasione. Com’è avvenuto l’incontro tra le vostre due sensibilità?

Davide: ci siamo conosciuti ad un concerto, ho avuto la fortuna di poter instaurare con lei un rapporto di amicizia e stima reciproca per le rispettive forme artistiche, trovando punti di contatto sfociati poi nel progetto “Odùsseia”, curato da Cristina Muccioli. La musica di Julia, mi ha affascinato perché è spesso veicolo sublime di transitorietà e di movimento. Proprio come le mie sculture.

Julia, che tipo di performance hai preparato per l’inaugurazione di “Odùsseia”? In che modo la tua musica si innesta alla scultura di Davide Silipo?

Julia: ho pensato al concetto di metamorfosi, a come esprimerlo musicalmente. Per me metamorfosi è movimento: penso alle spirali che imitano le eliche del DNA o alla forma di una conchiglia marina. E quando penso al mare, penso al movimento costante: è questo che ispira la mia musica. Sto preparando alcuni brani con queste immagini in mente. Inoltre mi piacerebbe avere l’opportunità di interagire con le opere, improvvisando.

Abbiamo parlato di transizione. Tutti I brani del tuo disco solista “Delay” sono stati ispirati dalle lunghe attese negli aeroporti, durante i tour musicali in tutto il mondo. “Gli aeroporti sono luoghi molto impersonali che possono essere però, anche emotivamente intensi… creando uno spazio emotivo personale nell’ambito di uno spazio pubblico, ci si può proteggere dalla vulnerabilità che accompagna uno stato di transizione” hai affermato. Vorresti parlarci di questo particolare stato emotivo e del rapporto tra attesa e movimento?

Julia: sì, quando ti trovi in uno stato di transizione è proprio quando sei maggiormente vulnerabile: penso alla crisalide, oppure al granchio che cambia il suo guscio. Quando sei in transizione devi necessariamente abbandonare l’armatura che ti protegge ogni giorno dal mondo. Penso anche all’aspetto positivo di questa condizione: quando sei vulnerabile, puoi anche essere aperto a nuove esperienze, nuovi stati emotivi. E trovo che viaggiare crei quella sensazione di transizione: mi sento tra due mondi, in un limbo. Gli aeroporti sono interessanti perché sei seduto lì in una sorta di animazione sospesa e quando ti muovi, il movimento può essere alquanto drammatico: questo spazio generico, l’aeroporto, è un varco su altri mondi.

Loredana Sparvoli


di: Lory

Articolo inserito il: 2008-12-10


DAVIDE SILIPO
Hai del materiale iconografico riguardante questo articolo? redazione@bloomriot.org