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ANTONY AND THE JOHNSONS

Il 2009 inizia con il piede giusto

Antony And The Johnsons, The Crying Light. Secretly Canadian 2009    

Supporti > In questi ultimi anni, Antony Hegarty è diventato uno di quei nomi di cui non si può fare a meno, nell’ambito della musica internazionale. I due dischi licenziati insieme ai suoi Johnsons, oltre alle innumerevoli collaborazioni fatte (quasi un prezzemolino della galassia indie!), da Joan As A Police Woman fino alla dance degli Hercules And Love Affair, hanno fatto amare al mondo anche non solo dei cultori della musica raffinata la voce sopraffina, a metà tra Nina Simone, Marc Almond e il soul, di questo omaccione di stanza a New York.
Logico quindi che The Crying Light, appena anticipato dall’ep Another World di quest’autunno (e la canzone è poi presente anche nel disco) fosse avidamente atteso da estimatori, intenditori, critici e quant’altro.
Personalmente, la cosa che mi incuriosiva maggiormente era vedere dove sarebbe andato a parare Antony: ovvero se le mille cose fatte in questi anni si fossero riverberate sulla sua scrittura oppure se invece non fossero altro che più che ottimi divertissement, o sfoghi artistici a un gusto e una sensibilità molto eclettici.

Due sono le cose che paiono emergere dalle nuove canzoni: da un lato un suono più stratificato rispetto a I Am A Bird Now, suo predecessore: se la struttura base dei brani è sempre impostata sull’asse piano-voce, la tavolozza si arricchisce di colori orchestrali (Epilepsy Dancing, e la conclusiva Everglade, che starebbe bene in un film della Walt Disney), cetre, flauti e fiati (One Dove, semplicemente bellissima) e financo di chitarre elettriche alla Steve Cropper (Aeon). Dall’altro lato, invece, l’afflato molto spirituale, direi quasi religioso, che investe l’atmosfera generale del disco: una ricerca di spiritualità laddove il disco precedente era quasi un grido (talvolta di dolore, talvolta no), a dire “ecco, questo sono io!”. Questo coté spirituale e mistico mi fa accostare il tono generale del disco agli ultimi lavori di Bonnie Prince Billy, per certi versi, anche per i modi piani e stanziali (ma non introversi) di cui si fregiano i vari brani, che tutti comunicano, e in particolar modo la già citata Everglade, un grande senso di serenità (raggiunta).
Il risultato molto interessante che queste due dinamiche producono è che, ancora più che nei suoi precedenti lavori, Antony riesce a rendere quasi palpabile lo spazio sonoro, sia quando l’arrangiamento è pieno e ridondante, come in Kiss My Name, con i suoi violini da ottovolante che paiono essere usciti da un musical anni ‘50, sia quando tutto è tenuto in piedi da un impianto minimo di note e strumenti, e la voce si libra inafferrabile, come nella title-track o in Another World, brano accostabile per forma e sonorità a quelli di I Am A Bird Now, nonché vero trait-d’union tra l’Antony di allora e questo (e forse proprio per tale motivo fu scelto di pubblicarlo prima, nell’omonimo ep). Oppure come anche nel melodramma di Daylight And The Sun, una delle vette emozionali dell’intero disco, a mio parere.

Già, si diceva la voce. Che si può dire oramai di più di quanto trovate scritto ovunque, della voce di Antony? Ci limiteremo dunque a dire che non ha più aggettivi, ché quelli positivi se li è presi tutti, e occorrerebbe allora dare nuovi significati (positivi) a quelli negativi, o inventarne casomai di nuovi.
Per chi avesse voglia di cimentarsi, ascoltare Dust And Water, la penultima canzone del disco.

link: link

video: Another World



di: BLIXA

Articolo inserito il: 2009-01-07

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