Da Solo
La cappelliera del nuovo Vinicio
Vinicio Capossela, Da Solo. Warner 2008
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Vinicio Capossela racconta il suo ultimo album Da Solo, concepito tra i fumi dell'inverno solitario nel suo appartamento milanese, come di un atto d'arresa, una presa di coscienza, una concessione all'inverno, stagione della resa dei conti con la propria vita, con i propri scarti e i propri drammi: gli abbandoni, le svolte e, nuovamente, i fallimenti, le cadute, gli amori (s)finiti.
E' tra i tram sferraglianti e i bagliori del sole ghiacciato delle mattine di gennaio, accanto a pacchetti di sigarette e oggetti malcapitati, rinvenuti all'alba di una notte di fughe e passioni che, seduto a suo pianoforte, scorgiamo un Capossela di nuova classicità, riecheggiante i primi suoni del suo percorso, la semplicità ritrovata, mai perduta di un pezzo come "Una giornata senza pretese" che si scioglieva in sé stesso in una linearità compositiva mai semplicistica o elementare e che oggi rinveniamo qua e là in questo nuovo lavoro. Questo Da Solo è soprattutto un'enorme cappeliera piena di oggetti, di luoghi, di modi e di dolori arricchiti, nel presentarsi, dal desiderio di creare un'essenza nuova, pronta ad abbracciare a sé, richiami antichi della tradizione italiana e statunitense. Essenziale è raccontare che, questo lavoro è nato proprio tra Milano e gli Stati Uniti d'America, tra le vie che circondano bramose la vita dell'avanti e indietro della Stazione Centrale del capoluogo lombardo e le strade dissestate di un'America nuova eppur polverosa, infelice, opaca, sporca di sé stessa, della sua abitudine, del suo privilegio sprecato, smarrito.
Quest'America che odora di vecchio è quella che ci porge Vinicio, con la foga del racconto dell'uomo delle tante strade che lui rappresenta, certamente in modo vivace e mai banalizzante, nel nostro panorama musicale, un'America, quella dei Vetri appannati, che non si fa digerire, non si fa amare ma sa aprire la via alla poetica caposseliana, sempre affamata di ricordi che l'uomo sa solo trasfigurare, variazioni su proiezioni amorose di spazi e vite quotidiane, immersa a fondo nel suolo lunare e fluttuante su quello terrestre.
E' un disco complesso, questo Da Solo, laddove la complessità va a rappresentare le molteplici possibilità di narrare con lo stesso ardore la stessa materia, in questo caso, la perdita, l'abbandono. Abbandono e privazione, incapacità di trattenere, di salvarsi, sono caratteristiche dello spazio e del tempo di questi nuovi Stati Uniti ma anche quelle dell'uomo, poeta, che, nell'avvicendarsi e nel vacuo rincorrere sempre una fuga nuova, perde il suo amore e se stesso, fino a trovarsi come l'ennesima metà di un'assenza, con quella clandestinità che, una volta agognata, ora non sa più come rappresentarsi, come viversi.
La composizione musicale è specchio della poetica, in modo altrettanto percepibile, è il medesimo incontro tra due volti dello stesso modo, quello volto alla raccolta del nuovo e dello sperimentalismo come ascoltiamo nell'uso della strumentazione in Orfani ora e quello che ora ricorda, riunisce tasselli e, come dopo ogni abbandono, come in ogni solitudine, tenta la malinconica ricostruzione, evidente in In clandestinità, Il paradiso dei calzini, filastrocca adulta e agrodolce, o Parla piano. Ritornano frammenti dei suoni novembrini del magnifico Canzoni a manovella nella ballata a Sante Nicola che immaginiamo arrivare, come da tradizione caposseliana, alle porte della Stazione Centrale ornato di lumini antichi con la consueta valigia di cartone colma di parole d'amore, pronte a sciogliersi per chi, fuori, sopravvive e, tutto l'anno, le attende. E' necessario però, e doveroso, spiegare, oltre ai romanticismi, come anche nell'atto più classico e riecheggiante, questo Capossela sia musicalmente su livelli nuovi, maturi, adulti, alleggeriti da complessità e raffinatezze armoniche nuove e non più, come ai loro archetipi, drappeggiate e abbozzate.
Da Solo sa trasmettere il dolore del mal di vivere l'assenza, la solitudine, l'abbandono con una raffinatezza e una levità nuove e a tratti persino sorridenti, leggiadri come avviene nella splendida Una giornata perfetta e, al tempo stesso, sa non mancare di ombre e di buio speranzosi si luce nuova come nell'incredibile Orfani ora.
Rimane, dall'ascolto mai esaurito di questo lavoro, il senso di profonda leggerezza che Capossela per la prima volta ci offre in modo davvero consapevole, adulto, non più, come poteva apparire in passato, vagamente fine a se stesso, mai pronto a sperdersi in uno di quei suoi tipici, pur tanto amati, balli da fiera, non fosse per quella Il Gigante e il Mago che, al di là del valore poetico davvero assai retrostante, appesantisce un po' il discorso del disco che rimane un'opera di raro spessore e passione.
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video: Il Gigante e il Mago
di: Giulia Cavaliere
Articolo inserito il: 2009-02-17






