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MORRISSEY

Lo splendido (quasi) cinquantenne di nuovo alla carica

MORRISSEY, Years Of Refusal. Polydor/Decca 2009    

Supporti > E come si fa a non voler bene a Stephen Patrick Morrissey? Sfido anche il più ruvido dei cuori di pietra a non emozionarsi quando sente alcune delle canzoni che in quasi trent’anni di carriera questo dandy di Manchester ha inciso, prima con gli Smiths (sempre siano lodati) e poi da solo. Molti di più, numericamente, a dire il vero, quelli licenziati a proprio nome, ma, come spesso accade, non tutti di eccelsa qualità (e, a dar retta ai maligni, nemmeno tanto diversi, se non per la di gran lunga minore ispirazione) rispetto a quelli realizzati con la band.
Epperò il Nostro non demorde, e alla soglia dei cinquant’anni continua imperterrito a sfornare dischi e canzoni nuove, con un ritmo che lo avvicina curiosamente all’iper-produttività dell’ultimo Nick Cave (e verrebbe da dire, con la medesima assenza di picchi immemorabili) e che è anche decisamente aumentato dal 2000 in qua, e precisamente dopo l’exploit di You Are The Quarry, probabilmente il disco migliore post-Smiths di Morrissey.

Come forse ci si può immaginare, non è che questo nuovo Years Of Refusal si discosti di molto dalle più recenti prove del Moz: diciamo però che se in You Are The Quarry si respirava un sentimento misto di pathos e incazzatura, e nel successivo Ringleader Of Tormentors invece l’atmosfera romana in cui il disco era stato registrato aveva regalato all’opera un tono decisamente sereno e arioso, la cifra dominante di queste nuove dodici canzoni sembra essere una certa ruvidezza di fondo nel suono e una vena molto più diretta negli arrangiamenti, che qua e là flirtano abbondantemente con una sorta di punk-rock melodico (come in Something Is Squeezing My Soul e Black Cloud, dove la chitarra è suonata addirittura da un dinosauro quale Jeff Beck).
A dirla tutta, il singolone I’m Throwing My Arms Around Paris, puro marchio di fabbrica-Morrissey, mi aveva fatto pensare (e/o sperare) a sonorità più primaverili e dolci, ma la canzone è più uno specchio per allodole, in realtà, ché il resto del disco è, come detto, decisamente più muscolare nel piglio e nei suoni. Lo stesso ruolo che probabilmente riveste anche That’s How People GrowUp, che potrebbe tranquillamente essere stato un brano di Bona Drag.
Il tutto comunque suona sufficientemente fresco e gradevole, piuttosto equilibrato, nel senso che se mancano pezzi capolavoro come magari negli ultimi lavori potevano esserci, d’altra parte il tono generale si mantiene alto e senza cadute, con i consueti assi nella manica (o nella Manica) di Morrissey, ovvero voce sempre più ricca di toni e sfumature, anche grazie alla maggiore raucità dovuta all’età, testi mai meno che intelligenti, e qui più sarcastici e autoironici che mai (in You Were Good In Your Time riprende il suo consueto topos dell’artista decaduto che guarda al suo glorioso passato, mentre in It’s Not Your Birthday Anymore, brano epico e dal curioso inizio alla U2-periodo Joshua Tree, schernisce i sentimentalismi letterari con cui lui stesso ha sempre giocato). Le sorprese e le novità non stanno in un disco del genere, naturalmente: tutt’al più ci può essere un qualche gusto british, paradossalmente, nello spagnolismo pastiche di When Last I Spoke To Carol, con tanto di trombe mariachi e finale con il vento del deserto; trombe che ritornano, insieme a una robusta iniezione di archi sintetici, anche nella cavalcata One Day Goodbye Will Be Farewell, che forse è il brano che preferisco di più.

A voler semmai trovare un difetto, si potrebbe dire che probabilmente il disco è un filo troppo lungo, e un paio-tre canzoni si sarebbero potute anche togliere dalla scaletta definitiva, non per una minore qualità, ma perché non aggiungono né tolgono nulla al mood generale del lavoro, ma certo non è una colpa delle più gravi.

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video: I'm Throwing My Arms Around Paris



di: BLIXA

Articolo inserito il: 2009-03-16

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