BLOOMRIOT > Sentito > DEPECHE MODE

DEPECHE MODE

La confusione in mezzo al guado

DEPECHE MODE, Sounds Of The Universe. Mute 2009    

Supporti > Sounds Of The Universe è stato presentato e letto da più parti come il disco che sanciva una sorta di approdo retro-futurista, per l’oramai storico terzetto inglese dei Depeche Mode: quello in cui cioè, come in un ritorno al passato, la band si riappropriava di suoni, strumenti (basta vedere le foto dello splendido book di Anton Corbjin che accompagna l’edizione deluxe del cd per farsi venire la bava alla bocca al cospetto di tutti quei meravigliosi synth anni ’80 usati nella lavorazione dei brani) e atmosfere del decennio ottantesco (in gran parte dai Depeche stessi appunto resi for the masses), come per dimostrarne da un lato la ancora notevole attualità, testimoniata dagli innumerevoli epigoni odierni di quelle sonorità, e poi per dimostrare come tali suoni siano ampiamente utilizzabili per la scrittura di canzoni che siano in qualche modo più “contemporanee”. Il futuribile che, di fatto accademizzato, diventa strumento artigianale per il suono dell’universo futuro.
La fantascienza diventa scienza, per citare uno spot proprio di quegli anni.

Diciamo subito che, se questi erano gli intenti iniziali, i Depeche sono stati di fatto scavalcati a sinistra da molte band più giovani e di minor pedigree, sia in ambito più pop (White Rose Movement, Ladytron), che in situazioni più underground o di frontiera con la dance (certe soluzioni di Tiga, ad esempio). E aggiungiamo anche che non è del tutto azzeccata nemmeno la favoletta del “ritorno al passato”: ché, se è vero che molti suoni del disco sono stati fatti con le tastiere anni ’80 di cui si diceva più su, è anche vero (e naturalmente non potrebbe essere altrimenti, visto che sono passati vent’anni da allora) che la scrittura stessa dei brani è molto diversa, perché da certi modi di comporre i Depeche si sono staccati parecchio tempo orsono. Così che l’auto-citazionismo musicale finisce per essere presente solo qua e là, in certi arpeggiatori presenti un po’ in tutti i brani, e, in modo più palese, nell’inizio di Peace, con quel suono e quelle note che sembrano prese dalla sempiterna See You e rallentate di beat; paradossalmente, poi, finisce così per risultare più à la anni ’80 il predecessore Playing The Angel piuttosto che questo. Ammesso che la cosa sia un male, naturalmente (e per me non lo è).
Perché in effetti poi il disco si muove su coordinate un po’ indecise: ci sono le cupezze assortite e “cattive” di brani come il primo, e riuscitissimo, singolo Wrong, o della iniziale In Chains (che stranamente sembra un brano da disco solista di Dave Gahan, nonostante sia stata scritta da Gore), dotata di un testo simile a quelli che Nick Cave da parecchio tempo non riesce più a scrivere, o di Little Soul, affine piuttosto a certi brani di Ultra. Ma poi ci sono anche momenti più spigolosi, come Hole To Feed e Miles Away/The Truth, o quasi da club, come Fragile Tension, che sembra provenire dritta dritta dalle out-takes di Playing The Angel, o In Sympathy, per arrivare alle aperture in maggiore della già citata Peace o di Perfect, all’interessante strumentale quasi dall’incedere melodico sixties Spacewalker e al romanticismo spinto di Jezebel (una vera zampata da campioni, questa).

Epperò tanta eterogeneità non sembra, a prima vista, dettata da una precisa e palese intenzione stilistica, ma piuttosto da una lieve sensazione di indecisione, quanto alle strade da prendere. E questa indecisione traspare tanto a livello di suono puro (ora, un disco dei Depeche dal suono brutto non si dà, semplicemente, ma qui non è al livello di altri lavori), e questa cosa è a mio avviso imputabile alla produzione di Ben Hillier, che amalgama e appiattisce alquanto parecchie dinamiche, quanto a livello di composizione, perché sia le canzoni di Gore che quelle di Gahan (che, peraltro, canta sempre meglio e prova a tirare la voce più sui toni alti che al solito, in questo disco) non risultano molto fluide ma anzi piuttosto farraginose, e che necessitano una metabolizzazione maggiore del solito (a Gahan va imputata peraltro la prima canzone dei Depeche Mode in quasi trent’anni di carriera che si possa definire brutta, ovvero Come Back).

Insomma un disco che probabilmente migliorerà invecchiando. Di fatto, quale miglior paradosso per un lavoro retrofuturista?


link: link

video: Wrong


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2009-05-05

DEPECHE MODE