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N.A.L.T. 2 - Liquid modernity

Ovvero: dizionato ragionato della postmodernità, e dei suoi contrari

Les Fauves, N.A.L.T. 2 - Liquid modernity. Urtovox 2009    

Supporti > Giunti al secondo capitolo della trilogia N.A.L.T., interessante percorso musical-filosofico nell’era del postmoderno, i Les Fauves cominciano a fare sul serio. Se il precedente N.A.L.T. 1 – A fast introduction rappresentava l’esordio nel rutilante mondo dei long playing, questo Liquid Modernity parla una lingua rara nel panorama italiano. Stiamo parlando di pop, nulla più e nulla meno: ma il pop sa avere i suoi eccessi, che spesso si chiamano capolavori, e ultimamente di eccessi nella musica pop se ne vedono davvero pochi. Liquid modernity è un enorme casino, un esilarante gioco di parole, un’accozzaglia disordinata e vitale che prende pezzi di passato e di presente e li monta insieme come un bambino curioso stacca le ruote di una macchinina e le monta su un’altra.

Parlare dei Les Fauves e del loro universo musicale porta inevitabilmente a sfornare una serie di paragoni e rimandi ad altri artisti e altre band: la musica di N.A.L.T. 2 – Liquid Modernity è il frutto di uno sforzo, cosciente o no, di assimilazione e ricostruzione. Forse questa è semplicemente la definizione di produzione artistica nella nostra era – ma in poche produzioni come in quella dei Les Fauves questo plasmare una sintesi a partire da esperienze musicali passate e diverse risulta evidente. E – il punto sta esattamente qui – pochissime band sanno rendere il risultato di questo processo coerente e credibile come i Les Fauves sanno fare. Il mood del disco riesce ad essere contemporaneamente stralunato e raffinato, lontano sia dalla puzza-al-naso di un certo ambiente indipendente italiano, sia dalle derive forzatamente festaiole di certa musica da classifica. Per intenderci: se i Les Fauves fossero dei comici, non sarebbero né Luttazzi né Leonardo Manera. Cochi e Renato, piuttosto.

In questo senso la prima traccia del disco, Everlasting soup, è programmatica: synth pop stonato e giocoso – dei Pavement electroclash trapiantati nei tardi anni duemila. Death of the pollo, uno dei pezzi forti del disco, mostra quanto sia ampio il retroterra dei Les Fauves: alle sonorità psych-pop si unisce un organo che richiama una certa musica oscura di stampo sixties, a là Barrett per intenderci, unito a un basso potente e distorto che potrebbe benissimo essere suonato da Chris Novoselic. Il cantato di Roberto Papavero, stonato e dinoccolato, si sposa alla perfezione con brani apparentemente senza né capo né coda, ma che proprio dalla mancanza di etica musicale traggono motivo di interesse. Pitslicker ad esempio – un rarissimo esempio di talkin’ blues che blues non è – accosta l’inaccostabile, senza ritegno ma con una sfacciataggine e, in fin dei conti, una musicalità che diverte e attrae. Dei Primus più incapaci ma con il pregio inestimabile dell’italianità. In Back to the anal phase emerge la parte più new wave della band, tra chitarre dalla distorsione chimica e ritmiche nervose: Violent Femmes, in due parole – o Talking Heads, in altre due.

La parabola dei Les Fauves è sicuramente lungi dall’essere completa: spesso l’incantesimo mostra la formula, e certi cambi repentini di tempo e ambientazione risultano un po’ scolastici. Berolina party suite è un brano quasi perfetto, con una base accattivante e una linea vocale incredibilmente catchy, ma l’intermezzo funky/disco suona artificiale e inutile. Anzi, peggio. Suona davvero provinciale. Ed è un peccato, perdio. Ma questi ragazzi hanno le doti per sfornare un grande disco, e il terzo capitolo della trilogia N.A.L.T. potrebbe consegnarci davvero un piccolo gioiello. Non resta che aspettare e vedere, e nel frattempo goderci lo spettacolo.

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di: gizmo

Articolo inserito il: 2009-05-16

N.A.L.T. 2 - Liquid modernity