IGGY POP
Sono stato punk prima di te (e quindi, ora, chansonnier)
IGGY POP , Preliminaires. Virgin/Emi 2009
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Che il disco che finora, a metà percorso di questo 2009, mi ha colpito più di tutti sia quello di un sessantaduenne, è qualcosa che, al di là dei luoghi comuni sulla buona qualità del vino invecchiato, mi fa decisamente piacere.
Sì, perché Preliminaires, nuova fatica discografica di Iggy Pop dopo il ritorno (prescindibilissimo) con gli Stooges e le ultime prove in cui esibiva una muscolatura musicale fatta di chitarroni gggiovani che faceva sembrare smilzo e ridicoletto perfino il fisico stesso, scolpito e in gran forma, dell’Iguana più famosa del mondo, segna invece un colpo davvero centrato e di classe nella discografia solista, spesso a dire il vero non impeccabile (eccezion fatta ovviamente per i due dischi-capolavoro in cui mise lo zampino David Bowie a fine ’70, The Idiot e Lust For Life, e per qualche prova alla fine degli anni ’90, come Avenue B) di questo vero e proprio mostro sacro del rock.
E lo fa con un disco tutto sommato sobrio e misurato, impeccabilmente arrangiato e prodotto con un gusto molto notturno ed esistenzialista, da cave di boulevard Saint-Germain, europeo fino al midollo, nel prendere stilemi che europei non sono (jazz e blues) dandogli però un sapore inesplicabilmente continentale, come è sempre avvenuto per le migliori prove di questo americano per caso, che prende le mosse da un libro, Le Possibilità Di Un’Isola, del controverso scrittore francese Michel Houllebecq (“in which I found intense pleasure”, spiega Iggy nello striminzito booklet del cd, unica pecca del disco), e che fa perno attorno a tre, ma tecnicamente due, cover: la prima è la celeberrima Les Feuilles Mortes, di Kosma/Prevert, divenuta oramai di fatto uno standard jazz rivisitato da una fila lunga così di grandi musicisti, da Chet Baker in giù, e che viene proposta in apertura e in chiusura del disco, con un arrangiamento praticamente uguale, l’altra è l’altrettanto famosa How Sensitive, brano di Antonio Carlos Jobim e Vinicius De Moraes, nell’originale brasiliano Insensatez, e interpretata anch’essa da una caterva di artisti, non ultima la nostra Mina, e che nella tracklist arriva subito dopo la metà del disco, ma ne è di fatto il perno centrale, dal mood scurissimo sebbene non greve.
Attorno a questa impalcatura ruotano gli altri brani, che abbracciano un ventaglio di generi piuttosto ampio, dalla Festa del Martedì Grasso di New Orleans di King Of The Dogs, alla funkettosa ma anche dub e maligna Party Time, che sembra ammiccare alle più sensuali canzoni di Grace Jones, fino a toccare il folk rurale e stonato di He’s Dead / She’s Alive, lo spoken word (A Machine For Loving), sorretto da tramature esili di chitarra e basso, che rimandano a immaginari simili a quelli dei dischi di Daniel Lanois, o di certe colonne sonore del penultimo Wim Wenders, cosa che si sente anche in I Want To Go To The Beach, molto appassionata. Invece è certo Tom Waits meno tradizionale che fa capolino nello stomp di Je Sais Que Tu Sais, cantato in duetto con la voce femminile di Lucie Aimé, e di She’s A Business. E il rock? A piccole, piccolissime dosi, ma c’è, in Nice To Be Mad, e anche di quello pestone e ignorante, gridato e scacione come ci si aspetta che sia un pezzo rock di Iggy Pop. Ma in qualche modo coerente con il mood generale del disco, e quindi trattenuto e imploso (non ai livelli dei pezzi rock di The Idiot, s’intende, sono tutt’altra pasta di suoni e di agonia esistenziale, ma con un tipo di ragionamento nell’interpretazione e nell’arrangiamento, che potrebbe averne tenuto conto), che piace proprio perché è uno e uno solo l’episodio così in questo lavoro, che arriva subito dopo la melodrammatica Spanish Coast, forse uno dei pezzi migliori del lotto.
Un disco sobrio e misurato, insomma, come detto, epperò inappuntabile, senza sbavature senza essere minimamente perfettino e secchione, tutt’altro, anzi molto onesto. E probabilmente adeguato al suo autore, un supereroe che rimarrà sempre giovane e punk, su questo non ci piove, ma che lo dimostra assai di più in dischi come questo, che nella loro semplicità danno la paga a un sacco di roba più cool e trendy di oggidì, che quando teme la paura di maturare e allora gioca a restare ragazzino, risultando più caricatura che mostro sacro.
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video: il video INTERATTIVO di King Of The Dogs, in cui si può scegliere quale cane impersonare...
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2009-06-12






