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PATRICK WOLF

L’enfant prodige del cantautorato torna sulla scena

Amsterdam 2012

PATRICK WOLF, The Bachelor. Bloody Chamber Music 2009    

Supporti > Patrick Wolf è un caso più unico che raro nell’odierno panorama musicale. Giovanissimo e vero e proprio talento visionario, capace di coniugare il cantautorato più intimista con i beat e i sample più aggiornati, la dolcezza melodica estrema con estremismi sonori a un passo dall’industrial, Patrizio Lupo si è guadagnato, con una manciata di album tutti di ottimo spessore, un rilievo di culto e un cospicuo ed eterogeneo nugolo di estimatori, sedotti da questo eclettico polistrumentista, che forse può essere annoverato a degno seguace di David Bowie, se non a livello di “prepotenza artistica”, nel saper veleggiare spericolato tra i generi, i musiche e le attitudini che mezzo secolo di musica pop ha codificato come alfabeto sonoro.

Ecco dunque il buon Patrick presentarsi con questo The Bachelor, prima parte di un lavoro che dovrebbe vedere il secondo capitolo The Conqueror entro l’anno prossimo, e la cui più evidente caratteristica può essere vista nell’abbandono degli acquarelli sonori del suo predecessore The Magic Position, a favore di una maggiore pomposità negli arrangiamenti, da un lato, e di una decisa accelerata sul versante della “cattiveria” sonora dall’altro, in questo corroborato anche dall’aiuto, in fase di produzione artistica, del sacerdote della scena electrotrash Alec Empire (ex guru degli Atari Teenage Riot).
E l’inizio inquietante di Kriegspiel farebbe presupporre che proprio di un disco industrial si potrebbe trattare, con le sue sirene cacofoniche che fanno da degno contraltare al primo singolo, Vulture, davvero interessante e maligno, oltre che tamarro il giusto. Ecco che però, già dal secondo brano, Hard Times, e per i seguenti Oblivion e Damaris, accanto a una certa percussività industrial si sposano strumenti antichi e melodie arcaiche, con l'evidenziarsi di quella componente folk che è comunque cifra ben precisa della scrittura di Patrick Wolf: arpe, flauti e violini, all’insegna di arrangiamenti che più barocchi non si può e di linee vocali che sembrano appartenere alla notte dei tempi di qualche nenia irlandese, interpretate in modo melodrammatico dal crooning emozionale di Wolf. Impreziosito dalla voce narrante dell’attrice Tilda Swinton (quella di Orlando, bellissimo film tratto da un romanzo di Virginia Woolf) che raccorda tra loro alcuni momenti del disco, The Bachelor si presenta quindi quasi ermafroditico e ambiguo come il suo autore, che qui indulge particolarmente nella fusione tra glitch, elettronica e strumenti classici, matrice folk e sporcature da terrorista sonoro (la drum machine di Count Of Casualty, l’andamento thrilling di Battle).

Va da sé che tutto questo po’ po’ di carne al fuoco sia, allo stesso tempo, pregio e difetto di questa opera: che è decisamente ridondante, esagerata, roboante e flamboyant come una cattedrale gotica, ma faticosa (per quanto la fatica sia ampiamente ripagata, a volerla fare) nell’approccio e nell’attenzione che viene richiesto all’ascoltatore. E paradossalmente, una formula così eclettica mostra piuttosto in fretta la corda, lasciando che si imprimano più in mente suoni, arrangiamenti e barocchismi, più che la scrittura stessa dei brani, che in qualche episodio è decisamente ottima, come nella accorata The Sun Is Often Out, che fa il paio con la bellissima Magpie del disco precedente, o nella già citata Damaris.
Poco male, comunque, perché se c’è una cosa che ci piace sono i dischi che hanno bisogno di metabolizzazione, per essere digeriti, e che esigono qualcosa da chi li ascolta. Cosa che di certo si può dire di The Bachelor, ottimo e ben congegnato esempio di musica slow food, a dispetto dei tempi isterici e sincopati di alcuni dei suoi brani.

video: Vulture



link: link



di: BLIXA

Articolo inserito il: 2009-07-12


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