ARCTIC MONKEYS
Quando gli excursus creativi sono salutari
Arctic Monkeys, Humbug. Domino Records 2009
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I Last Shadow Puppets erano stati una delle piacevoli sorprese discografiche dell'anno scorso, grazie alla sapientemente confezionata miscela di Scott Walker, primo Bowie e Kinks con cui la band si era affacciata alla ribalta. Il mentore di quel disco non era altri che Alex Turner, leader degli Arctic Monkeys e figura di punta della scena rock britannica.
Meno scontato era semmai pensare che quel tipo di esperienza si riflettesse con conseguenze assai positive nel nuovo lavoro del progetto principale del Giovane Alex. Sì, perché Humbug, terzo lavoro della band, è forse il migliore tra i lavori fin qui pubblicati dal gruppo. Co-prodotto dal fido James Ford dei Simian Mobile Disco (già presente nel disco dei Puppets) e un po' a sorpresa da Josh Homme, il disco è senza dubbio un capitolo nuovo e per larghi tratti sorprendente rispetto al passato della band: via i singoli veloci e furbetti, via le mossette e le smancerie, qui i ritmi si rallentano e si fanno lisergici, avvitati nei riverberi, mentre la scrittura si fa più arzigogolata e meno diretta, senza quell'ansia da singolo-a-tutti-i-costi degli altri lavori. Il disco è strano, maligno e notturno, già dal primo singolo Crying Lightning, con bei suoni di chitarra, scuri e corposi, in cui pare di vedere la psichedelia inglese degli Electric Prunes, con qualche tastiera viziosa in più, come Pretty Visitors. In generale è una melodia di gusto 60s a essere la cifra stilistica predominante, nella scrittura, con brani più rallentati e meno adrenalinici (Cornerstone). Lo stesso Josh Homme grazie al cielo ha rinunciato a far diventare questo disco il nuovo lavoro dei Queens Of The Stone Age e si è limitato ad assecondare la vena ariosa di Turner e soci, buttando dentro casomai qualcuno dei suoi riff robotici di chitarra che così bene faceva nei primi suoi dischi, vedi Potion Approaching, ma sono organetti e amplificatori Vox vintage quelli il cui suono predomina nel disco, come in The Jeweller’s Hands.
Ho letto qua e là in qualche recensione, che questo disco sarebbe un disco di passaggio da una veste gggiovane a una più matura, ma non credo sia tanto questo il punto interessante della faccenda, quanto invece come, a differenza delle molteplici nuove meraviglie che la stampa inglese ci propina settimanalmente, gli Arctic Monkeys se la possano giocare nell'ampliare gli spettri sonori, come dimostrerebbe, volendo, anche la cover di Nick Cave (prescindibile, a dire il vero) che ultimamente eseguono dal vivo.
link: link
video: Crying Lightning
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2009-09-07
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