EDDA

Musica della crudeltà

Amsterdam 2012

Edda, Semper Biot. Negaziowana 2009    

Supporti > Occhei, bando alle ciance: il prossimo che viene a gloriare et magnificare Le luci della centrale elettrica dicendo che è musica viscerale, sentita e quant'altro, si accomodi alla cassa e vada a comprare Sempre Biot, il ritorno, o il commiato, chissà, sulla scena artistica di Stefano Edda Rampoldi, una delle voci più riconoscibili della musica italiana e frontman, in quegli anni '90 in cui tutto sembrava poter accadere, per la musica di questa scriteriata valle di lacrime, degli altrettanto storici Ritmo Tribale.

Non sono stati anni facili, per Edda, questi: dopo Psycorsonica, ultimo lavoro dei Ritmo, il Nostro era andato a perdersi in India, inseguendo paradisi artificiali e Krishna, inferni mentali e reali. Ma, qualche tempo fa, è tornato, è stato in comunità e si è messo a costruire ponteggi. Non dimenticando però mai la musica, la voce e il raccontarsi attraverso le sette note.
E tutta l'urgenza, comunicativa, prima ancora che artistica, di questi suoi anni, viene fuori proprio in Semper Biot. Un disco crudele come una pièce di Antonin Artaud, una messa in scacco in dodici capitoli, scarna e nuda come da titolo. Rabbiosa, disordinata, caotica, con quella chitarra sempre lì lì per spezzare una corda e quella voce dal birignao personalissimo e quasi caricaturale. Con la pelle e i nervi scoperti, l'urgenza di dire, in un flow quasi ininterrotto tra un brano e l'altro. Epperò senza mai perdere di vista la canzone e la melodia. Un viaggio allucinato tra Milano e la tossicodipendenza, la religione e il delirio, gli stati della mente e il sesso, moloch fisico eppure spirituale. E soprattutto un disco che se ne frega del bel canto, dei bei suoni, degli arrangiamenti, sguazzando tra testi la cui crudezza è quasi salvifica, che adoperano anche il dialetto milanese per restituire l'istanza primaria dell'essere diretti.


Quali i brani da citare, nel disco? Volendo tutti, perché parte di un unicum mentale. Epperò se proprio si deve, ecco Fango di dio, con il crescendo dato dal feedback e dalla mandola di Andrea Rebuffetti. Oppure Milano, L'innamorato, o la quasi title-track, Per semper biot, che rubacchia la melodia di Forever young di Bob Dylan e la fa diventare una vera e propria dichiarazione di intenti dell'autore.

Insomma, un disco che è necessario avere, da cui è necessario farsi colpire allo stomaco, e che è necessario maneggiare con cura: necessita attenzione, e la dismissione di tutte le nostre corazze. Ma che alla fine non vi deluderà.

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video: Edda ospite a L'Era Glaciale



di: BLIXA

Articolo inserito il: 2009-11-04


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