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PIANO MAGIC

Un esercizio di mimesi?

Amsterdam 2012

Piano Magic, Ovations. Make Music 2009    

Supporti > La domanda di partenza è questa: perché un musicista molto prolifico, giunto al suo decimo disco, con attestati di stima, se non di pubblico, estesi e variegati, apprezzato da colleghi, stampa e una più che discreta fetta di pubblico, decide di registrare un ipotetico quarto disco dei This Mortal Coil? Gioco intellettuale? Scarterei, perché manca quel retrogusto di autoironia tipico di queste operazioni. Captatio benevolentiae per entrare nel roster della 4AD? Non ne avrebbe bisogno, e poi la stessa 4AD oramai non ha più gruppi propriamente dark nel suo catalogo. Intento "pedagogico" per spiegare alle nuove generazioni che l'ondata di revivalismo dark che ha preso molti gruppi in questi ultimi anni ha tralasciato un importante filone, più esoterico e etereo quale quello di gruppi come Cocteau Twins e Dead Can Dance? Potrebbe essere la risposta migliore in effetti. Niente di tutto questo, si tratta dell'evoluzione massima della crisalide Piano Magic in farfalla? Possibile anche questo, ma forse è l'ipotesi meno sperabile.

Già, perché il buon Glen Johnson, eminenza grigia della band, ha sfoderato un disco che potrebbe a pieno titolo appartenere a quell'ondata di dark emotivo e fatato tipico delle band citate più su, e infatti nel disco è presente in più di un'occasione proprio Brendan Perry (The nightmare goes on e You never loved this city) dei Dead Can Dance. Basti ascoltare i primi brani del disco del prolifico autore americano: March Of The Atheist sembra presa da un loro disco, con quel magma sonoro di percussioni, campanelli, archi e dulcimer affogati nel riverbero.

Lascia spiazzati, questa mimesi quasi ideologica di un autore che dovrebbe aver trovato la propria cifra sonora in tutti questi anni, e che aveva ampiamente mostrato in passato che la rielaborazione delle radici veniva eseguita in modo molto più personale. Gli stessi episodi più movimentati, come On Edge, o Recovery Position, o The Faint Horizon (Cure anno 1980, suppergiù) rimangono, nella loro glaciale percussività, indissolubilmente legati a mondi sonori di altre epoche.

La bella fregatura è che, poste queste premesse, Ovations è un gran bel sentire, specie per chi ama quei mondi lì: la spettrale A Fond Farewell, o la bellissima The Blue Hour, con quella chitarra immersa nel chorus hanno un potere evocativo immenso, così come You Never Loved This City. Solo che se i Piano Magic hanno voluto ricordare a noi tutti che la new wave era anche questo, l’obiettivo è più che centrato. Altrimenti il rischio è quello di derubricare questo disco a una sorta di inaspettato esercizio di stile.

video: On Edge



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Articolo inserito il: 2009-12-06


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