Brett Anderson
Forever young
Brett Anderson, Slow Attack. BA songs 2009
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Slow Attack è il terzo capitolo dell'avventura discografica in solitaria per Brett Anderson, un pezzo di storia del Brit Pop degli anni '90 che, dopo aver definito la versione 2.0 del glam rock con i suoi Suede si è poi dedicato a un percorso più introspettivo e intimista con i suoi dischi solisti. Sempre più, tra l'altro, la sua parabola artistica, quanto mai personale e fuori dalle mode imperanti, lo avvicina a altri grandi "solitari" del rock inglese, da Scott Walker a Mark Hollis, indimenticato frontman dei Talk Talk. Quello con Hollis pare l'accostamento più calzante, viste certe affinità di toni che caratterizzano questo
Una scrittura che definiremmo invernale, quella che contraddistingue questo disco: qualcosa che fa scaturire un paio di immagini, soprattutto: la cristallina luminosità di un mattino invernale dopo che ha appena nevicato, e la calligrafia, nitida e preziosa, delle stampe cinesi: sì, perché in questo disco si rimane affascinati dalla pulizia sonora, dagli arrangiamenti impeccabili senza per questo essere leziosi ma al contrario con una piacevole componente minimal di fondo, vicina anche a certi esiti del primo David Sylvian. Tutto questo è notevolmente diverso dagli improbabili suoni che scandivano i dischi degli Suede (band notevolissima, urge ricordarlo, ma troppo spesso penalizzata da produzioni scellerate), ed è sempre stata una cifra del Brett Anderson solista, ma qui il tutto, grazie al puntuale lavoro del produttore e co-autore Leo Abrahams, sembra davvero che il Nostro abbia trovato la quadratura del suo cerchio: ne siano esempi l'iniziale Hymn, alla ricca Frozen Roads. Vette ancora più elevate sono raggiunte in The hunted. I pezzi, molto ariosi e mai opprimenti, tengono di fondo sempre una aggraziata levità, ad esempio in Ashes of us, e sono cornice ottima per la voce di Anderson, sempre più limpida e lontana dai bowieismi del passato e molto calda e avvolgente in Wheatfields e in The swans, oltre a toccare diverse corde del cuore nella nenia di Pretty widows.
Che dire, in conclusione? Decisamente più centrato del suo immediato predecessore e, nel complesso, migliore del primo disco solista: Brett Anderson pare aver trovato la sua dimensione ed essere in grado di poter dispensare ancora diverse pagine musicali capaci di scuotere le emozioni. Non possiamo che augurarlo di cuore a uno dei più fulgidi reduci di "ciò che resterà di questi anni '90".
video: The Hunted
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di: BLIXA
Articolo inserito il: 2010-01-25






