MGMT

La nuova psichedelia è diventata grande

Amsterdam 2012

MGMT, Congratulations. Sony 2010    

Supporti > Bene: nell'attesa spasmodica (almeno per me) del nuovo disco degli Arcade Fire, ecco, siore e siori, quello che al momento è il disco dell'anno, ovvero Congratulations degli MGMT. Era dura, dopo il praticamente sconosciuto esordio di "Climbing on new lows” e il botto clamoroso di Oracular Spectacular riuscire a superarsi, o anche solo provare a rimanere a tali elevati livelli. E invece il duo Goldwasser-Van Wingarden spiazza tutti, lasciandosi alle spalle la cascata di colori pop e psichedelia che pure aveva saputo rinvigorire rendendola ispirazione se non nei suoni, estetica, tanto a livello indie (Yeasayer) che pop (Empire Of The Sun).

Sì, perché l'attitudine psichedelico-caleidoscopica, da fricchettoni catapultati nell'era di internet, è la sola cosa che rimane rispetto agli altri dischi. Per il resto cambia tutto: niente veri e propri singoli, intanto, per decisione ferrea della band, niente hype (che poi è la strategia migliore, oramai, per poi generarlo, l'hype!) e niente riempipista. Ne salta fuori un pastiche raffinatissimo che si abbevera all'hippismo bucolico di T-Rex e del Bowie pre-Ziggy Stardust (vedi It’s working o Song for Dan Treacy), ma anche all’ironia disincantata e scaciona di Flaming Lips e Modest Mouse. Ma che si rivela poi assolutamente MGMT, nella spregiudicatezza delle armonie vocali e dei falsetti sguaiati immersi in camionate di riverbero (I found a whistle), nello scardinare le convenzioni pop, ricapitolando quarant'anni di musica con la lunghissima Siberian Breaks (il miele della Electric Light Orchestra con le isteriche cantilene di Brian Eno e l'agreste psichedelia dei Pink Floyd di Meddle). Forse è proprio l'attitudine alla Brian Eno, non a caso omaggiato con benevola ironia in una canzone tra le migliori del disco, insieme a una levità alla Bowie nel fondere impunemente fughe psichedeliche e melodia con disarmante semplicità, da considerare la cifra stilistica del duo, che poi si concede anche il lusso del brano strumentale, con tanto di urlo alla Careful with that axe, Eugene, in Lady Dada’s Nightmare.

Postmodernismo, dunque, nella libertà creativa dell'impossessarsi di tutto l'alfabeto pop dell'ultimo mezzo secolo, nella sempre giocosa autoironia che traspare fin dalla francamente incomprensibile copertina, nella freschezza e nella scrittura, ma anche apertura mentale questa sì davvero da summer of love per i due newyorkesi, che consente loro di far uscire (su major, tra l'altro) un disco che è sicuramente meno immediato e acchiappone del suo predecessore, ma di cui ci ricorderemo a lungo. Tutta aria fresca, questa. E di quella buona.

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video: Brian Eno (live)


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2010-04-20


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