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NOMEANSNO

Recensione del concerto

Amsterdam 2012

Nomeansno, . Magnolia, Milano 2010-05-06    

Live > C'è musica che pur essendo riconoscibile e contestualizzabile all'interno di un filone o genere, riesce, probabilmente anche in maniera inconsapevole, ad aggirare il recinto della catalogazione (questa patologia quasi irrinunciabile che affligge sedicenti critici musicologi espertissimi) della propria arte e a trasformarla in un linguaggio più ampio. La cultura del punk e soprattutto di quello che ne è seguito ha in qualche modo rilevato un medium per ribaltarne approcci e risultati, ponendo come base l'ibrido in quanto misura di scambio interessante, nuova. Gli esperimenti musicali del c.d. post-punk hanno segnato uno spartiacque per tutto quello che riguarda attitudine e suono, e oggi (per fortuna? purtroppo?) siamo ancora qui a goderne il riflusso. Pochi, in ambito propriamente "rock", riescono a smarcarsi da quell'irresistibile baccanale di isteria e goduria che ha marchiato a fuoco il quinquennio che dai Sex Pistols ha portato agli Smiths (o dai Dead Kennedys ai Sonic Youth, dipende da che angolazione si guarda il mappamondo). E può essere anche interessante, lo ammetto, cercare di tracciare un filo storico conduttore, e divertente trovare citazioni e riferimenti.

Poi capita che gente di quel giro capiti a portata di mano, e la faccenda si fa ancora più stimolante, perché avere a che fare con chi quel suono l'ha creato e plasmato è già di per sé utile a capire, l'averci a che fare oggi, dopo oltre vent'anni, è poi sintomatico di almeno due cose:

1. quel movimento non è stato una cosa di passaggio
2. nella maggior parte dei casi i padri sono tutt'ora, e abbondantemente, più efficaci, feroci e consapevoli dei cosiddetti figli.



I Nomeansno (canadesi, va ricordato: altro dato che oggi ha in qualche modo un'importanza) , si presentano in trio, come è giusto che sia -mica come i Liars che sono un trio e sul palco suonano in cinque. Boh-.

Il nucleo ruota intorno ai due fratelli Wright, basso e batteria, il vero motore portante di tutta la baracca. Tom Holliston alla chitarra. Non mi sono informato, ma ad occhio dovremmo essere sui 180 anni complessivi, se non oltre. Come se non bastasse, la mise dei nostri è quanto di meno coreografico e fico possa vedersi sui palchi odierni. Sembrano usciti da un cantiere di periferia dopo una giornata tra cazzuole e malta. Come se non bastasse/2 questi arrivano e si mettono subito a fare dirty chatting col pubblico, una roba che probabilmente andava molto in voga nei club di Brighton nel '78. Adesso il pubblico vuole l'asceta, l'artista chiuso in se stesso, proiezione dannata di qualche torbidume. Insomma, mi preparo alla birra.

Old è l'apertura, e non potevano avere miglior argomento per dissuadermi e sputtanare il mio sarcasmo muto. Timpano a terra che decide l'andatura da marcia funebre, un rintocco pulsante che sarebbe tanto servito ai Liars (mi perdonino i Bugiardi se continuo a chiamarli in causa) e che funge da stopandgo per richiamare a sé basso e chitarra. La voce di Rob Wright è qualcosa di estremamente fisico, potente. Dio mio, potrebbe essere mio padre, penso. Magari, mi dico subito dopo. La canzone sembra infinita, continua ad oscillare come un incubo, poi riparte, per tante volte, e ritermina per altrettante.

Allora: se un gruppo apre un concerto con una cosa simile, in genere puoi stare abbastanza tranquillo, sarà un buon concerto.

Infatti le promesse vengono mantenute: i tre si trasformano presto in una macchina da guerra, letteralmente irrefrenabile. Vengono snocciolate una serie di premesse che poi abbiamo saputo avere terreno fertile: la circolarità sincopata delle iperstrutturazioni del rock matematico, l'hc più raffinato e concettuale, il quattro-quarti segnato dalla distorsione, le forme aperte e contaminate . Il tutto orchestrato con compattezza e precisione chirurgica, questo è quello che succede quando la vecchia scuola vuole farsi sentire.

Gli perdono anche certe incursioni in tirate più onestamente punk, che non rientrano propriamente nelle mie personali corde, ma è comunque roba fatta con i controcrismi, da mettere molti, tutti, sull'attenti. Alla fine forse è meglio invecchiare (così) che morire giovani.

Andrea Dicò


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2010-05-14


Nomeansno
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