GOGOL BORDELLO
Il ritorno di Eugen Hütz e compagni
Gogol Bordello, Transcontinental Hustle. American Recordings 2010
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Come si fa a non voler bene, a Eugen Hütz e ai suoi Gogol Bordello? A questo simpatico furbacchione mustacchiuto, in verità molto più musicista e colto di quanto egli stesso non voglia palesare (e basterebbe la visione, più che consigliata, del docufilm "The Pied Piper of Hützovina" per convincersene), capace di frullare patchanka, melodie rom-gipsy-balcaniche, punk e reggaedub, Mano Negra, Clash e Kusturica con una non-chalance che forse solo un'anima dell'Est Europa può avere? E infatti gliene si vuole, e più di un po'. Certo non si può però nemmeno pretendere che Transcontinental Hustle il nuovo disco dei Gogol Bordello, possa più sorprendere per freschezza musicale. Nonostante il trasferimento pour amour del suo leader in Brasile, infatti, la ricetta magica che la band aveva mirabilmente espresso nell’insuperato Gipsy Punks Underworld World Strike non muta radicalmente (come è giusto che sia), solo però osando forse meno del dovuto nell'arricchire di spezie e sapori carioca la pietanza.
La miscela conserva tuttavia una più che piacevole dose di esplosività, con il cardine nelle armonie e melodie rubate senza alcun timore reverenziale dall’Est (Pala Tute) e manciate di kletzmer, il tutto robustamente suonato con pimpante impeto punk-rock (We comin’rougher), e con il jolly delle radici ucraine nella scrittura del buon Eugen: una “Patchanka” che qualche anno fa tutti dichiaravano di voler suonare, ma che poi pochi dimostravano di saper maneggiare. E tra questi indubbiamente i Gogol Bordello, non si discute.
Ci sono comunque, come accennato, echi nuovi, in questo Transcontinental Hustle: la scelta di cimentarsi anche in momenti più dolci-riflessivi, in maniera, direbbero i bravi recensori, “matura”: la dolce Sun on my side, il sirtaki When universes collide e Last one goes the hope (saudade balcanica che fonde ritmica andina e mezzorap). C'è più componente etnica che punk, vedi Rebellious love o To rise above: più Kusturica che chitarre distorte, per intenderci, con qualche spruzzata di Caribe (In the meantime in Pernambuco). Tutto bello e piacevole, e chi se ne frega se il cocktail è meno ingenuo e più consapevole che in passato, per quello che potrebbe essere definito forse come il disco "pop" dei Gogol Bordello: una definizione giustificata anche dalla scelta del produttore, ché se il mitico Steve Albini aveva saputo valorizzare la carica anarchica, caciarona, sguaiata e non ortodossa, rendendo un potenziale difetto calligrafico il punto di forza della band, invece Rick Rubin è forse ancora convinto di stare registrando Johnny Cash: non che alteri il suono della band, ma certo lo pulisce, cesella, scarnifica, normalizza, un errore, a mio avviso, madornale, a cui per fortuna dal vivo la band ha saputo porre rimedio, facendo giustizia con il tradizionale impeto a canzoni che sul disco sono state fin troppo leccate.
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Video: Pala Tute live
di: BLIXA
Articolo inserito il: 2010-07-07
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