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Tame Impala

Elementi per una nuova Summer of Love

Tame Impala, Innerspeaker. Republic of music 2010    

Supporti > Un debutto (tolto un ep di poco precedente all’uscita di Innerspeaker) davvero coi fiocchi, quello dei Tame Impala, australiani con il cuore a metà tra la psichedelia 60’s e certe cadenze motorik. Un suono che, pur attingendo da riferimenti precisi, riesce a essere fresco e non ripetitivo, innanzitutto perché non si limita a essere una decalcomania estetica, ma soprattutto perché è supportato dalla qualità fondamentale di sapere scrivere belle canzoni. Per esempio Desire be, desire go, o Lucidity: suonano come se John Lennon o George Harrison (nel periodo Abbey Road) avessero messo in piedi una band con la Jimi Hendrix Experience, con l’intento di anticipare i Can o i Neu!, e non disdegnando, qua e là, di cimentarsi in un involontario quasi-stoner (The bold arrow of time): insomma, niente male! E se non bastasse, passate a Why won’t you make up your mind: ancora ariosità svagate da band hippie, sì, ma, come l’Hunter Thompson di “Paura e delirio a Las Vegas”, da hippie bruscamente risvegliati e consapevoli che il sogno è finito e l’utopia ha lasciato spazio alla paranoia, ritratta dal sinth ipnotico che regge il brano.

Badate bene, non c’è ombra di revivalismo fine a se stesso: anzi la band riesce miracolosamente a trovare un improbabile equilibrio tra la riconoscibilità delle sonorità (il fuzz delle chitarre e i riverberi a cascata sulla voce indolente e distratta) e la freschezza dei brani, come il singolo Solitude is bliss. Non è un caso che questo disco sia stato prodotto da Dave Friedmann, già all’opera con Flaming Lips, Mercury Rev e Mgmt, né che gli Impala abbiano aperto proprio per gli Mgmt alcuni concerti in America, perché non è per nulla distante l’attitudine neo-psichedelica del duo newyorkese, così come dell’altro gran bel nome nuovo di quest’anno, ovvero Avi Buffalo, dal mondo di questi australiani, che a differenza dei loro “colleghi” danno però più voce alla componente lisergica e psichedelica (la splendida suite Jeremy’s storm, ma anche Expectation, dal cantato quasi alla Syd Barrett)

I Tame Impala mi fanno venire in mente due band che riuscirono a trovare un equilibrio analogo tra riscoperta e modernità: gli Stone Roses e i troppo sottovalutati Porno For Pyros: non lontano è anche l’approccio da “figli dei figli dei fiori” musicalmente colti e free. Naturalmente gli auguriamo di avere una strada più lunga dei loro illustri predecessori, e ci godiamo questo esordio sulle note della loro conclusiva, solare e esplicativa I don’t really mind.


video: Lucidity


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di: BLIXA

Articolo inserito il: 2010-09-22


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