BLOOMRIOT > Sentito > ULAN BATOR

ULAN BATOR

Francia, Australia e New York mai così vicine

Ulan Bator, Tohu-Bohu. Acid Cobra 2010    

Supporti > In un mondo migliore Amaury Cambuzat e il suo progetto Ulan Bator sarebbero ben più che un gruppo di solido e devoto culto, ma così non è, purtroppo, e questo musicista transalpino da anni di casa in Italia si deve “accontentare” di essere uno dei nomi di punta della musica alternativa in senso lato, condizione che però gli permette di percorrere in assoluta libertà un interessante e personale cammino musicale costellato da incontri di tutto rispetto (dischi prodotti da numi underground quali Michael Gira e Robin Guthrie, collaborazioni con Egle Sommacal e Emidio Clementi, una militanza negli storici krautrockers Faust) che inanella con Tohu-Bohu un nuovo riuscitissimo capitolo.

Dopo fisiologici cambi di line-up, gli Ulan Bator del 2010 vedono, oltre a Amaury, alla batteria Alessio Giuffredi, al basso Stéphane Pigneul e James Johnston, leader dei Gallon Drunk e già alla corte di Nick Cave e Lydia Lunch, a chitarra e tastiere. Il tutto genera una decina di canzoni che, tenendo come timone il post-rock venato di psichedelia e noise che Cambuzat maneggia da par suo aggiungendoci una sempre presente tensione e inquietudine, e di cui è migliore esempio proprio la bellissima title-track (una vera delirante cavalcata no-wave che mi ha fatto venire in mente i Contortions o i DNA e che si fregia anche del sax imbizzarrito di Terry Edwards), risentono dell’influsso di Johnston e captano delle sfumature più legate a certo rock oscuro e sexy (in particolare Newgame.com e Missy & the Saviour) che forse mai come ora si rivelano particolarmente adatte alla voce, più declamatoria e sussurrata che veramente melodica, del leader, non distante da suoi illustri compatrioti quali Gainsbourg, specie nei testi davvero belli e costruiti su temi quali la perdita di identità e la confusione tra realtà e social network, con un gusto per neologismi e giochi di parole degno del grande Serge (si ascolti ad esempio A T), o Bertrand Cantat.

Un disco molto bello, dunque, certo non facilissimo, ma che dà grande soddisfazione, e che ai fervori più furiosi avvicina attimi di quiete, come la dolce Donne, dagli intrecci chitarristici vicini ai Marlene Kuntz (come anche la strumentale R136A1), altra band amica degli Ulan Bator, o la sognante Mister Perfect, o Speakerine, che trattiene una tensione febbrile appena smussata dall’apertura dell’inciso affidata al Fender Rhodes. En attendant un mondo migliore, sempre siano allora benvenuti dischi e musicisti come Tohu-Bohu e Amaury Cambuzat.


di: BLIXA

Articolo inserito il: 2010-11-02


Ulan Bator Tohu-Bohu
Hai del materiale iconografico riguardante questo articolo? redazione@bloomriot.org