Carl Barat @ Tunnel (Milano)
Il libertino giudizioso e il suo tour solista
Carl Barat, . Tunnel 2010-11-01
Live >
Sono pochi quegli spazi epocali attualmente rimasti nel mondo della musica e del costume, e pochi sono stati quelli che hanno animato gli ormai conclusi anni '00. All'ingresso in questi nuovi anni '10, assieme a una manciata di anime musicali che dettano mode dai più grandi indie-palchi del mondo, ci rimangono pochissimi nomi capaci di costituire quei movimenti, piccoli o grandi che siano, in grado di disegnare la spirale delle cose storiche, che girano su sé stesse oltre gli sguardi di chi osserva, disprezza o apprezza, costituendo da soli, una pietra nuova, di costume e, più che di mode, modi definitivi.
I Libertines sono stati, per quanto mi concerne, l'ultimo di questi movimenti, l'ultimo spietato concentrato Romantico di rock'n'roll, ipertensioni punk, riferimenti colti alla poesia d'Albione, l'ultima grande manifestazione di quella che è stata, a partire dai '60 della swingin' London, l'imposizione della cultura inglese, nell'evoluzione mondiale della musica che chiamiamo, sbagliando, "leggera".
I Libertines non sono stati un'anima sola, ma hanno rappresentato, nell'essenza, la perfezione pop derivata dalla commistione di due diverse tensioni, quella alla più estrema e lussureggiante leadership di Pete Doherthy, coltissimo autore di testi, bambino prodigio a scuola, autore di poesie che facevano impazzire i professori e gli amici del college mentre lui conosceva Eco e leggeva Blake, e quella rivolta invece alla compostezza della ragione, quella di Carl Barat, quella che è propria di chi osserva, s'inclina al poeta e, affamato anch'esso di poesia non solo ne diventa amico, ma complice, in qualche modo persino fan e primo sostenitore.
Da questo sodalizio che se nato da un'amicizia è finito quasi per trovarsi al limite tra un'unione d'amore e fratellanza, con gelosie, litigi e rabbie annesse e connesse, sono nati due dischi, The Libertines e Up the bracket, un'innumerevole quantità di EP, concerti sempre più affollati, sold out, moltissima droga e moltissimi scandali soprattutto animati da Doherty e la voglia definitiva di chiudere tutto, poi diventata realtà, di Barat, voglia di necessità più che reale desiderio.
Da soli i due hanno poi preso due strade, una vincente, i Babyshambles di Doherty, animata dal pepe del Sun che quotidianamente pubblicava fotografie in compagnia della modella più famosa del mondo, a sniffare coca, vagabondare e fare una vita junkie non facilmente immaginabile oggi e una decisamente più povera, quella dei Dirty Pretty Things di Barat che, oltre al successo dell'ottima Bang Bang You're dead, non sono andati lontano e non sono stati capaci di eguagliare le formule e le fortune di Libertines e Doherty.
Due dischi grandiosi per i Babyshambles e infine uno solista a nome Peter Doherty, lavori diversi eppure tutti e tre profondamente sofferti, compiuti, dai testi d'alto valore poetico, pezzi sgangherati eppure sempre a ricoprire il giusto spazio, nel giusto momento, una specie di magia circondata da detrattori, malelingue piene di moralità sulle faccende private di Pete che, verosimilmente, non erano affatto lontane dalla sua vita artistica, fatta di concerti in ritardo di ore e forfait dell'ultimo minuto.
La formazione di Barat invece, pur con due lavori ugualmente all'attivo, è sparita dalla circolazione e dal mondo musicale, passando pressochè inosservata. Inimmaginabile, dunque, che Carl potesse tornare con un disco valido e importante come il suo ultimo, primo solista, omonimo.
Abbandonata nominalmente la band, il libertino giudizioso torna in grande, stupendo tutti quanti, con un lavoro completo, tra archi e nuove e vecchie formule ben miscelate a fare di questo suo album un prodotto che non poteva non incuriosire i fan della formazione che fu, fino a farne buon pubblico per un live.
Il 10 novembre Carl Barat presenta il disco al Tunnel di Milano, locale rinomatissimo specie negli anni '90, nascosto sotto li binari della ferrovia, a pochi passi dalla Stazione Centrale.
Ad aprire il live sono i non proprio brillanti Swimming, il pubblico è pochissimo, senz'altro numericamente inferiore alle aspettative, ci sono alcuni nostalgici e molti giovanissimi.
Barat entra insieme a una violoncellista, bassista-contrabbassista, chitarrista, batterista e tastierista, lui resta alle chitarre mantenendo il suo look costante, giacca di pelle, t-shirt e jeans, nonostante l'eleganza del combo giacca e camicia del resto della formazione.
Sono i pezzi del primo album solista a scaldare l'atmosfera, invero inizialmente freddina, e subito ci si rende conto di cosa succede quando ci si trova a un concerto di musica nata in UK, entusiasmi e passioni del pubblico che non siamo soliti trovarci di fronte ai concerti indie italiani, probabilmente non a caso, visto che è davvero difficile imbattersi in personalità forti, sui piccoli palchi italiani, capaci di trattare la malinconia con leggerezza e carattere come sembra da subito essere in grado di fare Barat sul palco. She's something, Ode to a girl, The Magus, Je regrette Je regrette, sono solo alcuni tra i pezzi che in scaletta vengono sapientemente e sempre più inaspettatamente uniti alla riproposizione delle più note e acclamate composizioni dei Libertines: Death on the stairs, What a waster, The man who would be the king, Time for heroes. Naturalmente il pubblico va in visibilio quando sente le prime note dei pezzi della band, scatta ben presto il pogo e, al grido popolare di "Carlo! Carlo!" si crea un ottimo equilibrio tra i nuovi pezzi di Barat, tutti sul tema di un subìto abbandono d'amore, e le vecchie canzoni. Il bis arriva in fretta, e concede momenti intimi dapprima validi, solo voce e chitarra, poi un po' meno facili da seguire, vista l'adrenalina caricata in precedenza, eseguiti in compagnia della band. Un clima raro, tutto sommato ricco di forza, nonostante la malinconica e palpabile assenza delle due voci a sottolineare l'assenza di Doherty che, se è Barat ad essere sul palco e a reggere i pezzi, si sente. Di certo ai live dei Babyshambles non accadeva il contrario, ed è piuttosto evidente chi sia stato, con molta naturalezza, il leader di quella formazione.
Il pubblico domanda a gran voce You can't stand me now, pezzo emblematico della loro resa a due, Barat non cede e chiude il concerto con l'altrettanto significativa e nota Don't look back into the sun, forse un monito, o un rinvio, visto che di recente i due si sono riuniti, chissà se per quel bisono che ogni tanto, stando ai tabloid inglesi musicali e non, sembra tornargli, o se per l'immancabile necessità di fare qualche soldo.
Resta il fatto che una formazione così capace d'essere alta, colta e insieme bassissima e appassionata, nel panorama musicale internazionale odierno, è assente, e quello che rimane alla fine di un live come quello di Barat è la voglia di rivederla sul palco al completo.
di: Giulia.Cavaliere
Articolo inserito il: 2010-11-16
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