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QUALE CRISI, QUALE DEMOCRAZIA:

La crisi vista dalla Democrazia senza Libertà : Genova e l'11 settembre, due fronti di attacco.

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G215 > Della crisi internazionale in atto si è ormai parlato molto e approfonditamente su tutti i mezzi di informazione. Che spesso quanto si è detto fosse pura disinformazione, o mera propaganda, non può certo sorprendere. Cerchiamo allora di guardare ai fatti da un differente angolo prospettico.
Per poter osservare la realtà dobbiamo sempre utilizzare un quadro teorico di riferimento e non dobbiamo mai dimenticare che mutandolo non cambiamo solo punto di vista, ma la realtà stessa che stiamo osservando. Per questo ciò di cui parleremo qui dipende strettamente dalla scelta dell'orizzonte di riferimento e ciò che verrà taciuto o relegato a fatto di secondaria importanza non implica la svalutazione di elementi di per sé tragici in un altro quadro prospettico. Il nostro sguardo sull'orizzonte degli eventi sarà guidato da un concetto tratto da Ralf Dahrendorf (Quadrare il cerchio: benessere economico, coesione sociale e libertà politica, collana Il Nocciolo, Laterza, 1995): Democrazia senza Libertà.
"Democrazia senza Libertà" sembra a prima vista un'antinomia. Tuttavia bisogna chiarire due punti fondamentali. Il primo riguarda il rapporto teoria-prassi. Dahrendorf distingue nettamente i due campi (con buona pace di Marx e seguaci) dicendo non solo che i concetti e le modalità operative dell'uno non riguardano l'altro (e viceversa), ma anche che la prassi (e qui Dahrendorf dimostra la propria matrice kantiana) è superiore alla teoria, ovvero che nei fatti conta la pratica. Il secondo riguarda il termine Democrazia, interpretato da Dahrendorf in senso pratico (si veda quanto abbiamo appena detto) e politico come "cambiamento progressivo senza violenza". Risulta chiaro come, da una visione di questo genere, risulti esclusa l'interpretazione della Democrazia come governo del popolo, o come via per il socialismo. Nella interpretazione di Dahrendorf la Democrazia è un accorgimento pratico di governo in cui espressioni rappresentative di gruppi di interesse si trovano a mediare interessi contrapposti in uno spazio circoscritto, libero e non violento (la piazza, simbolicamente parlando). Ecco risolta l'antinomia iniziale che si scioglie come neve al sole…
Ora, appurata la possibilità di intendere un concetto come quello di Democrazia senza Libertà, viene da chiedersi: è questo il caso? Ovvero: stiamo vivendo noi in uno stato di Democrazia senza Libertà? O quanto meno: il futuro della nostra (delle nostre, se preferite) Democrazia è quello di divenire una Democrazia senza Libertà?
Orbene, chiarito il quadro teorico di riferimento torniamo con lo sguardo all'attuale crisi internazionale comprendendo, però, quello che dal nostro punto di vista può essere considerato come un eclatante antecedente: Genova.
Quanto è successo a Genova è ormai, in misura maggiore o minore, di dominio pubblico, per cui non staremo qui a ricordarlo. Tuttavia una cosa in particolare dal nostro punto di osservazione risulta importante. A Genova la gente contestava non solo questo modello di sviluppo, ma anche (ed è quello che ci interessa qui) le modalità decisionali e gli spazi simbolici in cui le scelte venivano prese. In parole povere il G8 di Genova è stato forse la più imponente rappresentazione della Democrazia senza Libertà di Dahrendorf: capi di stato eletti "democraticamente" riuniti in una piazza (la zona rossa) libera, circoscritta, non violenta a mediare interessi contrapposti, mentre fuori dalla zona rossa il corteo pacifico (ovvero il popolo o quanto meno una sua parte) vedeva violentemente soppressa la propria libertà di espressione e manifestazione.
Veniamo dunque alla crisi attuale. Non la affronteremo guardando New York o l'Afghanistan. La affronteremo sempre dal nostro particolare angolo prospettico. Quali spazi apre l'attuale crisi al cammino verso il compimento della Democrazia senza Libertà? Non credo sia inutile qui ricordare come, all'indomani degli attentati, il Presidente Bush (cui hanno fatto eco tutti i capi di governo del mondo "libero") abbia detto che per salvare il loro (che poi è anche il nostro) stile di vita si sarebbe reso necessario accettare restrizioni alle libertà personali di ognuno, né credo sia inutile ricordare come il nostro Presidente del Consiglio abbia rincarato la dose sostenendo che il movimento espressosi a Genova ha, di fatto, una matrice anti-occidentale (unificando, tra l'altro, arbitrariamente il concetto di Occidente con il modello di sviluppo neoliberistico) e pertanto è equiparabile ai mandanti e agli esecutori degli attentati dell'11 settembre.
Ora: come è possibile far accettare alla gente la restrizione della propria sfera di libertà? Pragmaticamente non esiste che un modo: creare il nemico. Il nemico significa minaccia, pericolo. Se poi il nemico è sfuggente, diffuso, la minaccia diviene onnipresente e la risposta deve essere globale. Allora saranno le persone stesse a chiedere che la propria sfera delle libertà personali venga limitata. Tuttavia, perché la minaccia non diventi panico, il nemico deve avere una faccia, deve poter essere reso riconoscibile. Ed ecco lo spettro dell'Integralismo Islamico, sufficientemente sfumato da potersi celare dietro il vicino di casa, sufficientemente riconoscibile da poter essere additato dietro a ogni persona dalla pelle "non troppo chiara, ma neppure troppo scura" e magari dalla folta barba, sufficientemente sconosciuto da poter ingenerare la paura dell'"altro" in senso generale (e intanto il rischio di una deriva razzista e xenofoba si fa sempre più concreto, soprattutto sentendo le frasi etnocentriche che cominciano a circolare come banalità scontate). E così, tutti uniti contro il nemico che c'è e non c'è, diventiamo, noi tutti, un po' meno liberi (ma molto più occidentali, con buona pace dei contestatori di Genova) e la Democrazia senza Libertà avanza di un altro passo. D'altro canto non potrebbe essere altrimenti, poiché slegare la Democrazia dalla Libertà porta a un tragico quanto banale corollario: i poveri e gli emarginati della Terra? Semplicemente non servono…
La domanda conclusiva, a questo punto, può risultare la seguente: può la Democrazia senza Libertà permettersi il lusso di avere concorrenti che ne minino gli interessi? Può permettersi di non perseguire un obbiettivo egemonico globale? La risposta è no per due motivi che, come spesso accade, risultano essere due facce della stessa medaglia.
Partiamo dal primo: la Democrazia senza Libertà non si può permettere di non perseguire un obiettivo egemonico globale semplicemente perché, per sua natura, è globale, o meglio gli interessi di cui è espressione sono globali. Dietro la Democrazia senza Libertà, infatti, si muove il progetto neoliberista di riorganizzazione mondiale che, riassunto in poche parole, è il seguente: creare e mantenere in Occidente (anche se pure sul concetto di Occidente prima o poi si dovrà ben avviare una riflessione) un'isola ricca e felice, pacificata tramite il miglioramento delle condizioni economiche generali (è il modo in cui tentano di liquidare l'opposizione: la comprano. In fondo in un mondo monetizzato tutto ha un prezzo, no?) e l'esclusione totale delle fasce marginali che, in quanto improduttive, devono essere compresse fino alla scomparsa. Nel contempo operare un controllo rigido su tutto il pianeta perché possa proseguire indisturbato quel processo di "esternalizzazione" che poi è il cardine della cosiddetta New Economy: esportare lavoro e produzione laddove costa meno. Poco importa che questo ingeneri la "corsa verso il fondo" teorizzata e descritta da Brecher e Costello (Contro il capitale globale, collana Interzone, Feltrinelli, 1996) e che si concretizza nella feroce concorrenza tra Stati nell'offrire le condizioni migliori ai fini dell'insediamento industriale tanto delle multinazionali quanto delle fabbrichette degli imprenditori italiani. E questo, ancor più in concreto, significa rinuncia alle tutele sindacali, ambientali, sociali e democratiche. In una parola, sfruttamento e sofferenza. Per rendere il tutto più semplice, possiamo figurarci la situazione con una modellizzazione di questo tipo: il progetto prevede un palazzo del potere in cui vengono prese le decisioni, un centro città ricco e felice, sebbene escluso dalla partecipazione al processo decisionale, ma libero nel consumo (di beni, servizi, cultura, ecc…) e nell'espressione, una prima periferia interna al centro città in parte recuperabile e in parte chiusa in ghetti da eliminare sistematicamente e, infine, una sterminata periferia dove è allocata la produzione industriale che regge il centro. In una parola: "Metropolis" (regia di Fritz Lang, Germania 1926).
Questo ci porta dritti al secondo motivo: la Democrazia senza Libertà non si può permettere di non perseguire un progetto egemonico perché la sua struttura intrinseca è globale. Questo è reso evidente da un lato da Genova (si contesta il G8 perché, di fatto, una rappresentanza ristrettissima non rappresentativa dell'intera popolazione mondiale, ma solo dei gruppi di interesse detentori del potere pratico, decide le sorti dell'intero pianeta) e dall'altro dalla crisi generatasi l'11 settembre. Quest'ultima crisi, infatti, ha minato uno dei pilastri dell'intero progetto, ovvero lo sviluppo indiscriminato e indefinito dell'esternalizzazione. Avete idea di cosa significhi dover aumentare a dismisura controlli e misure di sicurezza sulla circolazione delle merci? E rischiare di trovarsi qualche bella "sorpresa" nei carichi provenienti dalle fabbriche delle zone più calde? E così, come un tempo si mandavano le forze dell'ordine (o le squadracce fasciste) a sopprimere scioperi e insurrezioni operaie, oggi si inviano gli eserciti a reprimere qualunque germe di ribellione possa nascere negli "Stati operai" (germi che, come dimostra il caso Afghano, non necessariamente devono svilupparsi in uno degli "Stati operai", ma che rischiano pericolosamente di diffondersi tra essi).
Chiariti questi punti, riassumiamo quanto detto e prepariamoci alle conclusioni. Abbiamo chiarito innanzitutto come sia possibile comprendere un concetto, apparentemente contraddittorio, come quello di "Democrazia senza Libertà". Abbiamo poi chiarito come quella attuale sia una crisi che, nei suoi due aspetti (Genova e 11 settembre), ne mette in discussione gli elementi politici ed economici tramite la contestazione interna della rappresentatitività e la rivendicazione della partecipazione politica (Genova) e tramite l'indebolimento, se non la vera e propria messa in crisi, della esternalizzazione (11 settembre, che tra le altre cose, anche a livello simbolico, ha colpito l'icona dello spostamento globale e del mondo come pianeta sempre più piccolo, ovvero "l'aereo").
Infine abbiamo visto come la Democrazia senza Libertà stia reagendo agli attacchi sia in un'ottica di autotutela, sia in quella di un proprio rafforzamento. Non abbiamo invece detto nulla riguardo i possibili mandanti ed esecutori degli attentati , né delle loro strategie. Questo da un lato perché non era lo scopo che questo articolo si prefiggeva, dall'altro perché chi scrive è un sostenitore della Teoria dei Sistemi la quale, tra i suoi principi cardine, ne annovera uno che dice: "il Tutto è più della somma delle sue parti". Tradotto nel nostro caso, non è affatto da escludersi che quanto stiamo vivendo sia un effetto sistemico che va ben oltre gli intenti e gli intendimenti dei singoli attori protagonisti.
Quali conclusioni, dunque? Potremmo dire che la Democrazia senza Libertà è sotto un doppio attacco, politico ed economico. Possiamo tranquillamente affermare che questo attacco è del tutto interno alla Democrazia senza Libertà, perché origina dalle sue stesse logiche, come abbiamo credo dimostrato (e quindi è ben inutile invocare lo "scontro di civiltà"). Risulta, infine, evidente la necessità della reazione violenta scatenata dal Sistema per il proprio mantenimento (Genova e la guerra al terrorismo) e la prosecuzione nel restringimento delle sfere di libertà. Tuttavia proprio il ricorso alla violenza dimostra come il Sistema avverta il proprio grado di fragilità e si renda conto di andare via via perdendo il controllo della situazione. La risposta del Sistema ormai è chiara: imboccare la via autoritaria. Sapremo farvi fronte?


di: DANIELE C.

Articolo inserito il: 2001-11-02



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