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UNA BOMBA CHE CHIAMA SANGUE

Puntuale come sempre accade in Italia è suonata l'ora degli esplosivi, sperando che il boato superi in forza le piazze e soffochi la libera informazione

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G215 > La bomba al Viminale è forse un segnale che vale la pena di valutare. E questo indipendentemente dal soggetto politico mandante o dal braccio operativo che l’ha collocata materialmente. Affrontiamola con sguardo sistemico (almeno proviamoci) e vediamo in quale situazione viene a collocarsi questo gesto simbolico ancor più che dimostrativo.

A livello macro abbiamo già evidenziato come la crisi economica e delle democrazie sia di ampia portata e travalichi di gran lunga i singoli fatti contingenti e non posso far altro che rimandarvi a quell’articolo (“Quale crisi, quale Democrazia?” di cui trovate il link a fondo pagina).

A livello nazionale il quadro di fondo resta il medesimo, aggravato da uno squarcio apertosi tra la società civile di sinistra e le interfacce istituzionali che dovrebbero, almeno teoricamente, rappresentarla. Questa spaccatura si è evidenziata subito dopo i tragici fatti di Genova (di cui l’ultimo strascico in ordine di tempo è stata la scandalosa e ingiustificabile “perquisizione” ai danni di Indymedia) e si è andata drammaticamente ampliando nel corso degli ultimi mesi, passando tramite il voto favorevole all’invio di truppe in Afghanistan fino allo “schiaffo” morale di Moretti che ha definitivamente delegittimato una dirigenza che potremo ricordare solo per incapacità politica e progettuale.

Grazie al cielo in questo periodo la CGIL si è risvegliata. Dico questo non perché creda nel “sindacato buono” (anzi, il sindacato ha molto, forse troppo da farsi perdonare), ma perché un quadro come quello delineato sopra configurava un rischio oggettivo di terrorismo e scontri di piazza, via maestra e talvolta necessaria nei periodi di compressione democratica.

Per fortuna, dicevo, la CGIL si è risvegliata. L’attacco portato da questo Governo allo Statuto dei Lavoratori ha fatto cambiare rotta almeno al più grande sindacato italiano seguito, in maniera più o meno esplicita, dagli altri. Un pezzo della rappresentanza democratica di sinistra ha aperto gli occhi.

La società civile, nel frattempo, di passi ne ha fatti tanti. Ha decretato la fine della Terza Via tanto cara a Blair e D’Alema nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. Ha ritrovato una dimensione progettuale radicale che rivendica il proprio ritorno alla vita politica attiva, riconsiderando forme di partecipazione riconducibili quanto più possibile alla Democrazia Diretta (ne sono testimonianza le esperienze di bilancio partecipato e i vari forum di Agenda XXI che vanno costituendosi in vari comuni, ad esempio). Ha iniziato a muoversi per proprio conto per difendersi e salvaguardare i propri diritti, contestando apertamente l’assenza delle proprie interfacce elette (si vedano i vari girotondi o la manifestazione al Forum di Assago). Insomma ha impresso una spinta difficilmente pronosticabile (sia in termini di forza, sia in termini di effetti) al sistema politico, tanto da portare un partito come Rifondazione Comunista, da sempre sensibile ai movimenti sociali, a discutere seriamente della propria identità e della possibilità di sciogliersi in questa onda montante che sempre più si alza a sinistra.

Proviamo quindi a ricapitolare. Ci troviamo in un quadro mondiale di crisi economica e istituzionale. In Italia abbiamo un Governo di destra cui non si può rimproverare altro che il fatto di stare seguendo le proprie linee politiche per quanto pericolose e, vista la protesta crescente, probabilmente impopolari (al massimo si potrebbe richiamarlo al generale principio di prudenza e buon senso, ma queste qualità sono assai rare). La sinistra istituzionale italiana è giunta alla propria definitiva delegittimazione. La società civile ha iniziato ad auto organizzarsi sia in chiave difensiva, sia in chiave propositiva. Il sindacato si è schierato al fianco della società civile in difesa dei lavoratori. Il Governo ha cominciato a paventare rischi di “spallate” e di progetti sovversivi da parte dei movimenti di sinistra. E’ esplosa la bomba.

Ora, non so voi, ma personalmente trovo il quadro abbastanza chiaro. E, se posso permettermi, direi che quella bomba porta scritta a fuoco una data: 5 aprile.

Chiunque scenda in piazza da oggi in poi deve avere ben presente una cosa semplice e terribile insieme: Genova e la bomba al Viminale hanno riportato la violenza come strumento ammissibile nel gioco politico. I rischi di vedere scorrere nuovo sangue per le strade sono alti e pericolosamente vicini. Forse un Carlo Giuliani non è bastato


di: DANIELE C.

Articolo inserito il: 2002-03-04



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