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THINK GLOBAL, ACT LOCAL

Esiste davvero una razionalità nella politica economica globale? Siamo sicuri che non esista la possibilità di un'alternativa locale? Meglio non dare nulla per scontato...

THINK GLOBAL, ACT LOCAL, .    

G215 > Ci sono 25 milioni di capi capaci di produrre latte in Mongolia, ma al mercato cittadino è possibile acquistare solamente burro tedesco. Allo stesso modo nel 1998 la Gran Bretagna ha esportato 47 milioni di kg di burro verso l’Europa importandone 43 milioni. Nel Devon, principale zona casearia del paese, il burro neozelandese costa un quarto rispetto al prezzo del prodotto locale.
Evidentemente l’efficienza delle economie di scala del commercio globale è fallace. Il gap tra i paesi ricchi e quelli poveri aumenta e l’ecosistema ambientale ed umano stesso ne risente.
Trovare un giusto equilibrio tra l’attività economica locale ed il commercio internazionale rappresenta una necessità impellente. Non si tratta di costringere gli Scandinavi a rinunciare alle banane ed ai limoni, bensì di evitare l’inutile trasporto delle merci ed il conseguente inquinamento petrolchimico.
Le cifre parlano chiaro: in Germania i singoli ingredienti di un barattolo di yogurt viaggiano per 1000 km in provenienza da quattro differenti paesi. Il governo Usa ha investito 90 milioni di dollari per la costruzione in Arkansas di un aeroporto necessario per aumentare le esportazioni del locale pollo fresco verso il Giappone. I supermercati Somerfield (Uk) trasportano i cavolfiori della Cornovaglia nel nord del paese perché vengano incellophanati e riportati in seguito nella stessa zona per essere venduti.
Questa incontrollata politica di mercato, appoggiata in pieno dal Wto e dalla Ue conduce all’abuso di prodotti chimici ed alla diffusione di monoculture ad alta meccanizzazione, ergo favorisce unicamente le multinazionali. Ovviamente questa fissazione per la “crescita” e il “libero mercato” non contempla alternative di sorta.
Nemmeno i cosiddetti “aiuti allo sviluppo” sfuggono a queste logiche di distruzione delle economie locali. La popolazione della regione indiana del Ladakh (India del nord), una volta autosufficiente, è stata incoraggiata da uno di questo progetti di “aiuto” a convertirsi alla coltivazione di fiori destinati al mercato olandese. In poche parole a trasformarsi in una catena di produzione al servizio delle nazioni più ricche.
Nuove soluzioni alternative sono già in atto, alcune da tempo, come il network dell’equo e solidale, altre più recenti come gli ecovillaggi ed i mercati delle comunità agricole. Una dei network più attivi è l’inglese LETS (Local Exchange Trading Schemes), composto da 450 unità e che conta 40000 aderenti. Il principio è semplice: agire al di fuori dell’economia mainstream, preservare al massimo il contatto tra produttore e consumatore, assicurare l’informazione il più trasparente possibile sul prodotto e combattere ogni forma di esclusione sociale nelle zone rurali.
Ma queste iniziative rappresentano solo la punta di un iceberg e rischiano solo di scalfire il ben oliato meccanismo di interessi reciproci e connubi sospetti esistente tra il mondo politico e quello economico.
Se per le multinazionali le regole giuridiche e quelle del buonsenso non sembrano valere niente, le regole vanno riscritte. La produzione di rifiuti tossici, il danno ambientale, terrestre e marino, il segreto sui modi di produzione, la speculazione sui prezzi, la frode fiscale e commerciale sono solo alcuni degli esempi delle pratiche comuni di queste società.
Incentivare l’uso ed usare direttamente i prodotti locali aiuta l’economia, richiede meno energia, evita gli imballaggi inutili, riduce i trasporti irrazionali ed inquinanti e consente alle comunità in considerazione di gestire da soli i propri bisogni in equilibrio con le proprie risorse.
Il messaggio è semplice: Pensare Globale, Agire Locale


di: DHARMABOY

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