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LE TV AMERICANE SUL PIEDE DI GUERRA

I canali di informazione americani preparano il terreno dell'opinione pubblica all'intervento armato in Irak. Come e dove, gli interessi in gioco.

LE TV AMERICANE SUL PIEDE DI GUERRA, .    

G215 > Ormai da sei mesi la prospettiva di un conflitto in Irak si impone nei palinsesti televisivi dei canali di informazione americani: un continuo susseguirsi di breaking news e news alert scorrono in basso dei teleschermi Usa, il tutto in un’atmosfera di attesa febbrile e drammatizzazione sovente gratuita.
Viene dato spazio perciò ad informazioni come “Due università irachene oggetto di visita da parte degli ispettori Onu” (CNN) oppure “La campagna americana per raggiungere via email i generali iracheni sembra aver successo” (FOX NEWS).
Mantenere lo spettatore in allerta ed evitare lo zapping sembrano essere più importanti della riflessione sulla necessità di una guerra…
Tod Gitlin, noto professore di sociologia e giornalismo dell’Università di New York spiega così i meccanismi perversi di tale campagna di “informazione”: “lo spettatore deve avere l’impressione di essere un testimone privilegiato della Storia in fieri”.
E Graham T. Allison, professore a Harvard rincara sottolineando che “ la competizione tra i vari canali televisivi, generalisti e all-news, il tono marziale, il moltiplicarsi delle trasmissioni speciali, le tensioni, tutto ciò contribuisce presso il pubblico a rinforzare il carattere inevitabile della guerra” ed ancora “ questa atmosfera spinge gli stessi giornalisti a fare sempre qualcosa in più e di ciò è necessario prenderne atto”.
La posta in gioco commerciale è considerevole e tutti ricordano la fama planetaria raggiunta da CNN nel 1991, all’epoca del primo conflitto nel Golfo. Da allora la concorrenza si è fatta più serrata e CNN ha perso terreno a favore di FOX NEWS che ha inventato gli slogan fiammeggianti a tutto schermo, i jingles aggressivi ed introdotto l’incessante processione di testi in basso allo schermo. Questi “strumenti d’informazione” sono stati ripresi poi da tutte le altre concorrenti, CNN e MSNBC in testa.
Proprio MSNBC (joint venture tra Microsoft e NBC - filiale a sua volta di General Electric) non lesina in quanto a messa in scena ed è arrivata a porre in alto allo schermo un countdown permanente in vista della data del 27 gennaio, data limite della consegna del rapporto degli ispettori Onu. Lester Holt, conduttore della trasmissione serale quotidiana del canale in questione, interagisce con i telespettatori in uno stile degno del Gerry Scotti di “Chi vuol essere milionario?”. Le domande sono del tipo:” Quanti missili Scud sono stati tirati da Baghdad verso Israele nel 1991? Risposta a: 29, b: 39, c: 39”.
Tutte le concorrenti hanno d’altronde investito molto sul possibile conflitto: MSNBC ha formato 125 giornalisti e tecnici a far fronte ad un attaco chimico, batteriologico e nucleare, in previsione di un invio nel Golfo.. Da parte sua CNN (gruppo Aol-Time Warner) ha speso più di 200.000 dollari per modernizzare i propri apparecchi video telefonici e per inviare i suoi corrispondenti ad addestrarsi in campi di sopravvivenza, formando quasi 500 persone. A Baghdad però i corrispondenti della nota emittente americana non sono ben visti ed ai suoi più celebri inviati, Wolf Blitzer e Christiane Amanpour, è stato vietato l’ingresso nel paese. CNN, come qualche tempo fa la BBC inglese, hanno perciò stretto un accordo di collaborazione con l’emittente qatariota Al-Jazira per poterne utilizzare le immagini.
Alla luce di questi sviluppi le questione aperte sono molteplici e personalmente non posso che trovarle schifosamente tristi se non raccapriccianti. Incanalare l’opinione pubblica senza alcun spirito critico verso l’accettazione di una guerra è una vergogna: una sorta di Pubblicità Regresso all’ennesima potenza. Quanto alle motivazioni di tali messe in scena meglio sorvolare: mi immagino indaffarati responsabili della comunicazione che mostrano grafici durante un Cda sottolineando l’efficacia dell’equazione patrittiosmo esasperato + toni beceri = audience garantita e di conseguenza ricadute pubblicitarie impensabili. Come non è il caso di parlare dei secondi fini, senza voler fare inutile dietrologia o complottismo. Secondo voi le aziende proprietarie di tali gruppi di informazione e cioè industrie aeronautiche, di infrastruture, di software ecc.. non hanno niente da guadagnarci in un conflitto armato e dall’allentarsi dei cordoni della borsa delle spese belliche?


di: DHARMABOY

Articolo inserito il: 2003-02-01


LE TV AMERICANE SUL PIEDE DI GUERRA

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