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IL LUNGO VIAGGIO DEL CACAO

Dalle regioni calde alle nostre tavolette confezionate. Le tappe del lungo viaggio del cacao e lo sfruttamento delle multinazionali.

IL LUNGO VIAGGIO DEL CACAO, .    

G215 > Il cacao mondiale è prodotto in una fascia tropicale tra il 20° parallelo nord ed il 20° parallelo sud, mentre il cioccolato, il suo principale derivato, è consumato per la stragrande maggioranza da Europei ed Americani. Chi raccoglie le preziose e gustose fave del cacao è spesso e volentieri un mezzadro armato di machete, mal pagato e provvisorio, nel 70 per cento dei casi africano.
E’ quasi inutile dire che produttori e raccoglitori ricevono il minimo profitto dalla vendita finale del prodotto da loro coltivato. Dall’anello più debole di questa catena infatti, i “passaggi di mano” tra mediatori sono frequenti e sempre a scapito l’uno dell’altro.
I primi intermediari sono solitamente i trasportatori, cioè persone in possesso di un semplice pick-up che prendono in consegna i sacchi di fave da trasportare al mercato: in Messico questi individui vengono chiamati significativamente “Coyotes” con riferimento alla diffusa farabuttaggine degli stessi. Al porto chi prende in consegna il dolce carico è detto l’esportatore, colui cioè che tiene i rapporti con le aziende trasformatrici e prepara i carichi per le navi.
Il prezzo della materia prima sfugge invece alle logiche economiche dei produttori e dei loro paesi d’origine visto che esso viene fissato in un apposito mercato presso la Borsa di Londra. Questo perché alla Borsa non si acquista un bene reale bensì “futures” di cacao, dei veri e propri titoli di proprietà, da ritirare concretamente in un momento successivo, approfittando se possibile dell’aumento dei prezzi. Gli eventuali profitti di queste prassi economico-speculative non cambiano in alcun modo gli introiti dei produttori.
Il 20% delle fave mondiali transita dall’Olanda che è il principale paese produttore di semilavorati, polvere, burro e liquore di cacao poi usati per i dolciumi. Il mercato è dominato per l’80% da sole 6 multinazionali: Mars (Usa), Philip Morris (Usa, proprietaria di Kraft, Jacobs, Suchard, Cote d’Or e Milka), Herskey (Usa), Nestlé (Svizzera), Cadbury-Schweppes (Regno Unito) e per finire l’italiana Ferrero.
Le sempre più irrazionali dinamiche che caratterizzano il mercato globale dei prodotti agroalimentari hanno coinvolto negli ultimi decenni anche il mondo del cacao. Se da un lato sono spariti i potenti monopoli nazionali favorendo una maggior libertà dei produttori, dall’altro si sono moltiplicati i produttori stessi, con l’effetto di abbassare il prezzo del prodotto notevolmente.
I nuovi produttori, entrati nel mercato nel corso degli anni ’70, sono principalmente asiatici. La Malesia e l’Indonesia hanno così investito molto su tale produzione, previo abbattimento di migliaia di ettari di foresta vergine, inondando il mercato con ibridi di qualità media inferiore, selezionati per resistere alle differenti condizioni climatiche asiatiche.
Vengono così emarginati i produttori delle varietà migliori, come il Crollo ed il Trinitario, ma anche i puristi della trasformazione che sempre più spesso si affidano ai grassi vegetali (con il beneplacito di una direttiva comunitaria del 2000) in sostituzione del burro di cacao.
La sola via che rende perciò giustizia ai produttori è perciò la via dell’organizzazione, al fine di aumentare il potere contrattuale dei più piccoli e di poter accorciare così anche la catena su cui il valore del prodotto oggi si disperde. E’ questo il caso del Fair Trade, il commercio equo e solidale.


di: DHARMABOY

Articolo inserito il: 2003-03-01


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