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MEDIA MACCHINA. PER UN PENSIERO DEI MEDIA POST-LIB

I nuovi information media e il ruolo mancato dei movimenti alternativi

MEDIA MACCHINA. PER UN PENSIERO DEI MEDIA POST-LIB, .    

G215 > Il brano è tratto dall'introduzione al libro: "Media Activism. Strategie e pratiche della comunicazione indipendente.
Mappa internazionale e manuale d’uso" a cura di Matteo Pasquinelli . Pubblicato da "DeriveApprodi", I edizione settembre 2002.

Tutto l’attivismo è attivismo dei media.
Si tratta di una lettura frequente, per dire il primato della simulazione mediatica sul mondo reale, dello Spettacolo sulla Politica, esattamente il contrario delle rime che Gil Scott-Heron cantava dal ghetto, The revolution will not be televised.
Oggi circola una vulgata: una persona dietro a una telecamera ne vale 1000 in corteo. È dunque impossibile immaginare l’attivismo politico senza pensare ai media. Eppure, così è stato in Italia negli ultimi 40 anni. Lo notiamo continuamente nelle trappole tese da stampa o tv, nella strategia della tensione che usa i «no global» come pedina, nella gestione della comunicazione di improvvisati «portavoce»: il movimento italiano paga un ritardo nello sviluppo di un pensiero critico sui media.
Con rare eccezioni, è stato il mondo anglosassone a farlo, coniando al di sopra di tutto l’idea liberal dell’informazione indipendente. Ma il bagaglio teorico italiano potrebbe dare oggi un contributo altrettanto importante.
La battaglia sulla comunicazione non è più semplicemente una battaglia per un’informazione «vera», obiettiva, indipendente. Information wants to be free suona qui come uno slogan freak anni Sessanta, poiché nell’epoca dell’intelligenza collettiva e della rete dovremmo dire Information wants to be General Intellect.
La reale posta in gioco è riuscire a scardinare una delle macchine economiche che sostengono ilcapitale del pensiero unico.
Marxianamente parlando, l’obiettivo è riappropriarsi dei media in quanto mezzi di produzione, piuttosto che mezzi di rappresentazione: mezzi di produzione economica, produzione dell’immagine del mondo, produzione di bisogni e desideri. Occorre finalmente aprire un dibattito sul lavoro della comunicazione, seguendo quel bacino del post-operaismo che ha introdotto il concetto di lavoro immateriale e cognitivo.

Lo snobismo dell’intellighenzia italiana nei confronti della macchina, del medium, della tecnologia, è forse tipico della sinistra «latina», concentrata sul lavoro delle mani degli operai, lontana da quel Frammento sulle macchine in cui Marx identificava nella tecnologia il potenziale di liberazione del General Intellect.
Le prime letture di superficie di Empire di Negri e Hardt nel nord Europa lamentavano questa misconoscenza della cultura e della critica dei media, salvo poi ritrovarla nell’intelligenza della moltitudine che si riappropria delle tecnologie di comunicazione.
Negri e Hardt non si fermano alla semplice riappropriazione delle macchine ma affermano che la moltitudine, 20 anni dopo Deleuze e Guattari, deve concepire se stessa come macchinica ( mediatica, potremmo dire noi) ovvero come autonomo agente di produzione.

Una citazione sorprendentemente cyborg dal capitolo Moltitudi necontro l’Impero: «L’ibridazione dell’umano e della macchina non è più un processo che ha luogo ai margini della società; piuttosto è un episodio fondamentale al centro della costituzione delle moltitudine e del suo potere». Nel capitalismo cognitivo la produzione d’informazione appartiene a tutti, non più solo ai giornalisti o ai media. La malattia infantile del media attivismo è quella di non riconoscere la comunicazione indipendente come produzione di valore autonomo, e dimenticare che esso è una macchina «economica».

Autore originario: Matteo Pasquinelli

Il libro e' concesso in licenza Copyleft a fini non commerciali o istituzionali. L'autore e' stato preventivamente informato prima della pubblicazione su questo sito.


di: J412

Articolo inserito il: 2004-03-14


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