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NO LOGO: ECONOMIA GLOBALE E NUOVA CONTESTAZIONE

Il libro che il New York Times ha definito "la bibbia del movimento antiglobalizzazione"

, NO LOGO: ECONOMIA GLOBALE E NUOVA CONTESTAZIONE.    

Saggistica > "No Logo. Economia Globale e nuova contestazione", l'ultimo libro della giornalista canadese Naomi Klein è una profonda riflessione sul crescente malcontento da parte di gruppi sempre più ampi ed eterogenei nei confronti dei marchi e delle multinazionali che vi stanno dietro.
In No Logo, Klein smaschera i tentativi delle multinazionali di "colonizzare" scuole e università americane individuando tutte le implicazioni etiche e non solo che ciò comporta:
"una volta messo piede dentro le scuole i brand manager cominciano a fare quello che hanno già fatto nei settori della musica, dello sport e del giornalismo: tentare di sopraffare i padroni di casa, di conquistarsi una posizione di primo piano. Spingono affinché i loro marchi diventino materia obbligatoria, non un corso complementare" (Pag. 121).
Vengono quindi esplicitate le responsabilità che le multinazionali hanno nei confronti della creazione di quel senso di precarietà che permea sempre più il mondo del lavoro: la flessibilità richiesta ai lavoratori diventa oggi "sinonimo di nessuna promessa" (Pag. 227). Anche se le grandi catene prendono solo raramente in considerazione l'idea di pagare uno stipendio decente ai loro dipendenti, considerati poco più che mere pedine sacrificabili sull'altare della competitività, gli stipendi dei grandi manager aziendali hanno continuato a crescere fino a toccare cifre da capogiro.
"John Smith, il presidente del consiglio di amministrazione della General Motors, che ha effettuato 82.000 licenziamenti (…) nel 1997 ha ricevuto un bonus di 2,54 milioni di dollari in relazione agli eccezionali proventi dell'azienda" (Pag. 245).
Klein evidenzia in particolare l'arroganza di quelle aziende che, pur spendendo milioni di dollari in faraoniche campagne pubblicitarie, si permettono di sfruttare in modo più o meno diretto, più o meno consapevole, i lavoratori e le risorse dei così detti paesi in via di sviluppo. Un dato per tutti: nel 1998 la Nike ha pagato circa 20 milioni di dollari al cestista statunitense Micheal Jordan per prestare la sua immagine all'azienda; nello stesso anno a causa di un tremendo aumento del costo della vita, il valore dei salari dei lavoratori Nike in Indonesia era sceso a 80 centesimi al giorno. Con una semplice operazione matematica si potrebbe ironizzare sul fatto che un lavoratore haitiano dovrebbe lavorare circa 31 anni per guadagnare quello Jordan guadagna in un ora!
"Nel giugno 1996 la rivista Life sollevò un gran scalpore pubblicando le fotografie di bambini pakistani molto piccoli pagati meno di 6 centesimi l'ora e ricurvi su palloni da calcio con l'inconfondibile marchio Nike (…). In Pakistan circa 10000 bambini venivano sfruttati a questo scopo: molti di loro venivano addirittura marchiati come bestie, venduti come schiavi ai datori di lavoro con regolare contratto". (Pagg. 304 305).
Il movimento anti logo, pur manifestando spesso limiti o comportamenti anche stridenti con le motivazioni iniziali, si è venuto ad espandere sempre più scatenando una risposta sempre più forte da parte di un numero di individui che presto si è andato ad unire in gruppi organizzati più o meno ufficiali.
Le forme di protesta illustrate in Lo Logo sono numerose e varie: vanno da forme di interferenza culturale (culture jamming), che intervenendo "artisticamente" su manifesti pubblicitari genera forme sempre nuove e diverse di "combact art", all'uso consapevole della rete Internet per far circolare notizie e informazioni.
"Per un numero sempre maggiore di giovani artisti la contraffazione degli annunci pubblicitari e' diventata lo strumento ideale di condanna delle società multinazionali che li hanno braccati senza tregua come acquirenti e li hanno scaricati senza pietà come lavoratori" (Pag. 253).
Le manifestazioni di strada sono forse i modo più visibile con cui i membri dei vari movimenti di protesta fanno sentire la loro voce:
"A Ginevra il messaggio fu chiaro come la luce del giorno. Invece che lanciare pietre contro le finestre gli attivisti arrivarono muniti di spugne, sapone e tergivetri per lavare le facciate delle grandi banche del centro. Gli organizzatori spiegarono alla stampa che volevano solo aiutare quelle brave istituzioni a pulire le macchie formatesi a causa dell'oro nazista e dell'aggravamento dei debiti del terzo mondo" (Pag. 423).
Le aziende colpite dai movimenti di protesta hanno a volte reagito citando in giudizio gli attivisti che le attaccavano, ma i processi nelle aule di tribunale si sono spesso dimostrati veri e propri boomerang. In questo senso diventa paradigmatico il famoso processo McLibel, il più lungo della storia inglese, che ha visto un postino disoccupato, Dave Morris, e una cameriera, Helen Steel, tenere testa al più grande impero alimentare del mondo: McDonald's
"mentre le 180 persone chiamate a testimoniare si avvicendavano alla sbarra l'azienda ha subito una umiliazione dopo l'altra mentre la corte ascoltava il racconto di episodi quali intossicazioni alimentari, mancato pagamento degli straordinari dovuti per legge, accuse di riciclaggio e storie di spie dell'azienda infiltrate nelle fila di London Greenpeace" (Pag.380).
La lotta contro le multinazionali portata avanti da oppositori, attivisti, sindacalisti ma anche semplici persone mosse da principi etici in tante parti del mondo, nell'opporsi alle regole internazionali imposte dai marchi"mira a creare un fronte di resistenza che sia nel contempo tecnologico e di base, centralizzato e frammentato, ma che sia soprattutto globale e capace di intervenire con azioni coordinate al pari delle multinazionali che cerca di sovvertire".


di: RADIOTAKESHI

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